Gioco
Arrivederci, Jeelani ma Livorno e Roma non ti abbandonano
Renzo Marmugi
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Jeelani col piatto ricordo del derby amarcord e (in alto) fra i compagni e gli amici 3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. «La vita ti concede poche opportunità: in amore, nel lavoro, nelle scelte. Io sono stato fortunato a conoscere una città con il cuore grande di Livorno e gente che a 75 anni ha ancora la voglia di salire in macchina e farsi duecento chilometri per venirti a salutare, anziché stare a casa in poltrona e davanti alla tv». Quasi mezzanotte, Abdul Jeelani è una cascata di emozioni. Mischia inglese e spagnolo, e guarda lontano mentre la mente va a pescare ricordi indelebili, nella valigia del karma. La stella del basket anni Ottanta ha appena ricevuto l'abbraccio di altre sessanta persone nella seconda cena organizzata in suo onore dai vecchi compagni Massimo Giusti e Andrea Forti presso il circolo tennis Libertas, in via Condotti Vecchi. A tavola con lui anche Ezio Cardaioli, quel signore di 75 anni portati alla grande venuto apposta da Siena per riabbracciarlo e che la "mano di Maometto" ringrazia con parole che partono dal cuore. All'appello hanno risposto in tanti: Riccardo Boris, di nuovo Flavio Carera e Vasco Suggi, Walter De Raffaele e Paolo Launaro, quel ragazzo che a vent'anni fu stregato dal carisma di Abdul diventando suo compagno anche di certe notti in discoteca. E poi tifosi, nostalgici, amici, ammiratori. Come Andrea Falleni, preparatore atletico Pielle e in quegli anni fedelissimo della curva biancazzurra. Ma Jeelani era un ballerino prestato al basket, un distillato di classe pura, un personaggio trasversale. Per questo anche Falleni, cuore PL, ha voluto dirgli grazie. Applausi, cori, foto dal romanzo "come eravamo", souvenir dell'epoca. A un certo punto Alessio Bianchi ha tirato fuori da un borsone le ristampe delle canottiere Peroni analcolica 1982-'83, numero 11 naturalmente. Pochi minuti ed erano già esaurite, con Abdul - lacrime agli occhi - felice di autografarle per la gioia dei cacciatori di feticci. Prima di salutare ha ricevuto anche il piatto ricordo del derby "Insieme per la vita" 2008 al quale non potè partecipare per mancanza del passaporto, primo sintomo dei guai che stava affrontando ma che al telefono tacque. Per dignità. Riuscendo a soffrire in silenzio, a cercare dentro se stesso la chiave per risalire verso la vita. Ora che Livorno e Roma l'hanno riabbracciato dandogli un appiglio per ritrovare la speranza, a quasi 57 anni Abdul Jeelani può tornare nel gelo di Racine, Wisconsin, sicuro che il suo biglietto non sarà di sola andata. Ieri mattina, infatti, è venuto Simone Santi (presidente della Lazio basket) per parlare con Massimo Giusti - Forti invece era a letto con 39º di febbre - sul futuro italiano della mano di Maometto. Da settembre lavorerà nel progetto "Colors: l'integrazione va a canestro", andando a vivere a Roma, ma otto mesi di attesa con un oceano in mezzo sono troppi. L'intenzione, allora, è quella di coinvolgerlo in altre cose: l'estate italiana è piena di camp di basket, e avere fra gli istruttori il carisma di Abdul Jeelani può diventare un valore aggiunto. Per tanti ragazzi la sottile differenza fra una settimana di vacanza-routine e un incontro da ricordare per tutta la vita. Giusti, Forti, Santi e Carera si sono già messi in moto, la ruspa della solidarietà vuole viaggiare abbattendo ostacoli e luoghi comuni. Il ritorno in Italia ha mostrato a tutti uno Jeelani che in questo basket così avaro di personaggi avrebbe ancora tanto da dare. E' un uomo segnato, non sconfitto. E sempre capace di accendersi. Mentre ieri pomeriggio faceva la valigia per tornare a Roma (domani volerà negli States) nei suoi occhi c'era un velo di tristezza, ma quel viso luminoso che il figlio Azim - appena sbarcato a Fiumicino - diceva di non avergli mai visto in tanti anni di buio non si è perso. E da lì chi gli vuole bene intende ripartire. Era scivolato fra gli invisibili, Abdul Jeelani, qui potrà ricostruirsi il futuro. Meglio di un canestro all'ultimo secondo.
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