Il Tirreno

Livorno

Quando Garilli voleva fare lo Spinelli

Daniele Marzi
Spinelli
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Spinelli

L'estate scorsa l'interesse per la società, poi una ruvida marcia indietro

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 LIVORNO. Ogni volta che si gioca a Piacenza è impossibile non ripensare a quel sabato di fine maggio del 2004, dove il Livorno ritrovò la serie A. Ma forse molti non si ricordano che qualche mese fa, quando il presidente Spinelli voleva vendere, proprio da Piacenza arrivò una voce che voleva la famiglia Garilli interessata all'acquisto della società amaranto.  La storia durò lo spazio di un mattino, con il patron biancorosso che sbatté la porta in faccia a chi gli chiedeva conferme, dichiarando addirittura di non voler avere niente a che fare con Aldo Spinelli. Il calcio, dopo aver regalato tante gioie alla famiglia Garilli, adesso sta creandogli non poche beghe: nello scorso luglio, nemmeno un mese dopo una ricapitalizzazione societaria, l'inchiesta di un quotidiano economico evidenziò come il sodalizio biancorosso costasse caro al gruppo Camuzzi, cui fa capo proprio il presidente del Piacenza, parlando di una perdita complessiva di più di 80 milioni di euro dal 2004, anno dell'ultima retrocessione dalla Serie A, a dicembre del 2009. Questa famiglia, comunque, ha fatto la storia del calcio piacentino. Alla sua scomparsa, il vecchio stadio "Galleana" venne intitolato proprio a Leonardo Garilli, padre dell'attuale patron biancorosso ed unico presidente in grado di realizzare il sogno della Serie A in una piazza che fino ai primi anni novanta aveva visto al massimo qualche mediocre campionato di Serie B. Nonostante i molti problemi economici, che hanno le loro inevitabili ripercussioni anche sul campo, dove la squadra da qualche anno non va oltre il decimo posto i Garilli rimangono uno dei più positivi e longevi esempi gestionali.

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