Il Tirreno

Livorno

La storia di coach Mo Dal Livorno agli Usa per insegnare calcio

Daniele Marzi
<b>COACH. </b> Grillo e sotto sul campo
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COACH. Grillo e sotto sul campo

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 LIVORNO. Allena il Milan ed è livornese. Ma non è Massimiliano Allegri. Maurizio Grillo, classe 1974, vive in America da oltre tredici anni, ad Ann Arbor, città universitaria a due passi da Detroit, e proprio negli Usa è riuscito a coronare il suo sogno di diventare allenatore di calcio.  E anche se i suoi giocatori non sono Ibra o Robinho, ma soltanto ragazzi e ragazze, sono tante le soddisfazioni che «Coach Mo», come lo chiamano i suoi ragazzi, si è tolto in questi anni, guidando gli studenti della Milan Michigan Youth Soccer Club, che ha sede nell'omonima cittadina, a pochissimi chilometri da Ann Arbor. «Allenare è sempre stato il mio sogno. In Italia i corsi sono troppo difficili e costosi, anche perché sono adeguati ai livelli calcistici europei. Qui, invece, ho preso la licenza ed ho subito iniziato a cercare un club. All'inizio sotto forma di puro volontariato, nei tornei nei parchi pubblici, poi come vice allenatore di alcune squadre scolastiche. Nel 2008/09 sono stato contattato dalla dirigenza del Milan e da li è iniziato tutto». Al Milan Ysc sono iscritti circa 500 ragazzi dagli 8 ai 18 anni e Maurizio Grillo è l'allenatore delle rappresentative Under 18 sia maschile che femminile. Il palmares del tecnico livornese è di tutto rispetto: su quattro campionati disputati infatti, Grillo ne ha vinti due, piazzandosi secondo e terzo negli altri. E nel torneo in corso il successo è ad un passo: «Attualmente mancano due partite alla fine e siamo in testa. Abbiamo già lo spumante in fresco...». Il segreto del suo successo? Il coinvolgimento totale dei ragazzi e delle loro famiglie, con metodi stravaganti ed inusuali: «Sono rinomato per alcune stranezze - racconta Grillo - tipo far sedere i giocatori sull'erba, invece che in panchina. Poi mi piace invitare la squadra a cena il più spesso possibile, per rafforzarne lo spirito di gruppo, ed amo molto tenere viva ed aperta la comunicazione con i genitori dei miei giocatori, ai quali spesso invio filmati di partite e video dei propri figli». Alla base delle sue convinzioni un forte spirito di coesione, maturato in lui attraverso gli insegnamenti della famiglia: «Sostengo fortemente l'unione del gruppo perché penso che per i ragazzi sia importante capire che insieme si è più forti che da soli, in campo come nella vita». Era il 1997 quando Maurizio, appena preso il diploma di elettrotecnico all'Iti, decise di tentare l'avventura al di la dell'oceano, dove ha iniziato a gestire alcune pizzerie in franchising con dei parenti. Adesso, dopo tanti anni di lavoro ed il matrimonio con Renya, per Maurizio gli Stati Uniti sono una vera e propria seconda patria. «Ma anche da qui - confida - riesco a seguire continuamente il Livorno e l'Inter, le mie squadre del cuore. In uno dei miei locali ho appeso una sciarpa amaranto, la maglia del grande Igor Protti ed una sciarpa neroazzurra». A proposito della sua passione per l'Inter, Maurizio racconta un aneddoto simpatico, proprio in relazione con la sua esperienza di coach del Milan: «All'inizio il fatto che la squadra si chiamasse Milan mi dava fastidio. A volte rifiutavo di mettermi la divisa ufficiale. Una volta proposi al presidente Rita Vershum un accordo: le dissi che se avessi vinto in campionato in maniera eclatante avrei richiesto di cambiare il nome alla società; vinsi il campionato senza alcuna sconfitta e concedendo solo 8 gol in 16 partite.  Ma purtroppo - afferma sorridendo - questo non bastò per fai cambiare idea ai dirigenti. La squadra si chiama ancora Milan...». Una volta all'anno Maurizio torna in Italia, per stare con la sua famiglia, ma il suo sogno sarebbe quello di riavvicinarsi a casa: «Per ora non se ne parla, sto bene, ma la mia terra è un'altra cosa». E chissà che un domani coach Mo non trovi squadra anche qui.

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