Gioco
CALCIO: IL CASO
«Mai a Livorno»: il niet dei calciatori pisani
Alessandro Agostinelli
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IN GOL. Federico Dionisi 2 MINUTI DI LETTURA
(segue dalla prima) E in questi giorni, in procinto di un buon ingaggio dal Livorno, si è ricordato le origini pisane e alla fine ha detto che il suo cuore nerazzurro non ce l'avrebbe fatta a giocare con la maglia amaranto. Molti hanno apprezzato il suo coraggio, ma nessuno che abbia avuto da ridire quando Amoroso giocava nella Fiorentina, senza porsi alcun problema di campanile. Sì perché, storicamente, i pisani hanno preso più schiaffi dai fiorentini che dai livornesi. A meno che Amoroso non abbia fatto un ragionamento ancora più sottile. Cioè che il presidente Spinelli è genovese, cioè di quella schiatta che alla Meloria decretò la botta primaria del declino della nobile città della torre pendente. Di questo passo però, Amoroso e tutti quelli come lui che vivono di scelte campanilistiche, devono anche dimostrarmi di non aver mai mangiato il cacciucco, di non aver mai fatto il bagno agli scogli di Calafuria... Così come i livornesi che si beano del pisamerda, non devono andare a curarsi all'ospedale di Pisa, né mandare i figli a studiare all'università. Dal canto suo, Andrea Parola, pisano anche lui, tre giorni fa ha detto di "non aver nessun problema di campanile" e che se il Livorno l'avesse voluto lui, "essendo un professionista" sarebbe "andato di corsa" all'Armando Picchi. Così, mi sono detto, finalmente c'è un pisano furbo. Ma Parola è tornato sui suoi passi, sembra per "motivi vari" e anche perché ha ricevuto altre offerte da squadre greche o turche. Ora, con tutto il rispetto per Grecia e Turchia, visto che Parola vive a Marina di Pisa, mi sembrerebbe più allettante giocare a 15 minuti da casa che buttarsi dove la crisi economica ha colpito duro. Ma anche questa, forse, è soltanto una mia idea bislacca.
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