Il Tirreno

Livorno

«Ecco la mia verità»

Alessandro Bernini
<b>LE URLA. </b>Serse Cosmi ha chiuso la sua avventura a Livorno con 23 punti in 24 partite
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LE URLA. Serse Cosmi ha chiuso la sua avventura a Livorno con 23 punti in 24 partite

Parla Cosmi: mercato, spogliatoio e Spinelli

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 LIVORNO. «Ne ho viste tante quest'anno, ma tante...». Serse Cosmi toglie quel cerotto dalla bocca che si era imposto da lunedì 5 aprile, giorno dell'esonero dopo il pareggio sul campo del Genoa. Il tempo ha mitigato solo in parte la rabbia, e la lucidità delle sue parole ti fa capire con quanta intensità abbia vissuto ogni giorno di una avventura in amaranto chiusa in modo amaro.  Partiamo dalla fine. Dal giorno dell'esonero.  «Mi chiama il dg Garzelli e mi dice che il presidente ha deciso di sollevarmi dall'incarico. Aldo Spinelli non l'ho più sentito».  Sorpreso?  «No. Il calcio dei rapporti umani non appartiene al presente. E questa estinzione mi fa soffrire. Anche se non posso dare tutte le colpe a Spinelli».  Questo è generoso.  «Calma. Prima di questa intervista faccio una premessa: per me la gratitudine nella vita è importante, e non posso non essere grato al presidente Spinelli che comunque mi ha dato una chance di ritornare in serie A col Livorno».  Questa era la premessa.  «Già, il resto non sono state rose e fiori».  A partire, appunto, dal rapporto col presidente.  «Lui ogni volta rivendica di aver preso il Livorno in serie C e di averlo portato in serie A. Sotto l'aspetto professionale ha ragione lui. Ma Spinelli dovrebbe anche stare attento a ciò che ha tolto a questa città: la passione per il calcio. Il cuore non batte in funzione della categoria in cui giochi, ma in funzione del senso di appartenenza che ti regala la tua società. La passione è l'aspetto più importante del calcio. Si è mai chiesto Spinelli perché il Livorno aveva sempre 15mila spettatori in serie C e ora ne fa 9mila quando arriva il Milan? Se si ferma a riflettere, capirà che lui alla città ha dato, ma ha anche tolto molto».  Ti aspettavi un'altra Livorno, un altro stadio, un'altra tifoseria.  «Io Livorno l'ho conosciuta ai tempi della serie C, venivo a giocare qui e ai miei tremavano le gambe. Siamo andati a Bergamo a giocarci la sfida-salvezza con l'Atalanta, reduci da una grande partita con la Roma, e ci saranno stati 100 tifosi. Possibile? Di questo, secondo me, è colpevole soprattutto la società».  Domanda che tutta Livorno si è posta: ma chi te l'ha fatto fare di tornare?  Dopo le dimissioni?  «Esatto. Saresti uscito di scena come il vincitore della Champions. Livorno salvo, tifoseria tutta dalla tua parte, schiena dritta fino all'ultimo. E invece...  «Vedi, dipende molto dal carattere delle persone. Se fossi stato un opportunista e avessi pensato solo alla mia carriera, non sarei mai tornato. Ma nel mio calcio ci sono altri valori. Adesso tutto sembra nero perché si guarda al finale della storia, ma ricordate come stavamo vivendo quei giorni?».  Bei giorni...  «Una squadra compatta che aveva rialzato la testa, 4-5 squadre dietro di noi in classifica, un affetto della gente che mi avvolgeva ogni giorno sempre di più. L'opportunista usciva di scena e viveva di rendita, io sono tornato in pista anche per riconoscenza verso i giocatori e verso questa gente».  Tre ore prima del tuo incontro negli uffici di Genova per ripartire, il presidente Spinelli va in tv e dice "Cosmi è il peggior allenatore che ho mai avuto». Come si fa a tornare dopo queste parole?  «Hai ragione, forse dovevo tenere in maggiore considerazione questa frase. Ma Spinelli è sempre stato un umorale e credevo, o speravo, che non lo pensasse davvero. In più c'era anche un problema legale».  Legale? Ovvero?  «Le mie dimissioni non erano state accettate. Per cui, non tornando, avrei anche rischiato che la società mi perseguisse per vie non solo sportive».  Sincero: quando sei tornato, pensavi che le cose sarebbero cambiate?  «No, immaginavo che sarebbe cambiato poco».  Qui sta il problema. Il tifoso aveva visto in te una sorta di garante. Ovvero: se Cosmi ha deciso di tornare, vuol dire che è sicuro che a gennaio sarà rinforzata la squadra.  «Ripeto, non sono tornato per ragioni di opportunità».  Però a gennaio non hai mai alzato la voce.  «E cosa ci avrei guadagnato? Avrei solo messo in difficoltà i giocatori che la società mi aveva messo a disposizione».  Ma tu avevi indicato a Spinelli ruoli e nomi che desideravi?  «Certo. Avevo chiesto un difensore, un centrocampista, un esterno e un attaccante».  In difesa avevi chiesto Esposito e Bernardini?  «No, avevo chiesto un difensore esperto. Perchè la perdita di Miglionico è stata una mazzata, da un punto di vista tecnico ma soprattutto umano. Martin dentro lo spogliatoio era uno che lasciavo il segno».  A centrocampo è arrivato Prutsch.  «Non sapevo neanche chi fosse. Siccome già a dicembre Mozart aveva fatto capire che voleva tornare in Brasile, avevo detto di valutare l'ipotesi di prendere un giocatore con quelle caratteristiche».  In attacco Bellucci e Di Gennaro.  «Non il giocatore che avevo indicato io».  Dunque nessuno dei giocatori che avevi indicato.  «Nessuno. E Nelso Ricci può confermare che avevo indicati nomi di giocatori che non costavano molto e sarebbero venuti a Livorno di corsa. Io sono sempre stato informato a cose fatte. Mi chiamavano e mi dicevano: «Abbiamo comprato tizio». Diciamo che non c'è stato grosso confronto...».  Secondo te il Livorno a gennaio si è rinforzato?  «I risultati dicono di no. Questo non toglie che magari il presidente in buona fede ha preso dei giocatori pensando di rinforzarsi».  Parliamo dello spogliatoio.  Volentieri, nessun problema.  Spinelli dice: l'asse Cosmi-Lucarelli ha fatto retrocedere il Livorno.  «Se fosse così, lui sarebbe il primo colpevole. Perché mi ha preso e ha respinto le mie decisioni e perché ha deciso di far tornare Lucarelli. In realtà non è così, e lo sa benissimo».  È comunque un dato di fatto che lo spogliatoio fosse spaccato. Dalla tua parte c'erano Lucarelli, Filippini e pochi altri.  «Quando non arrivano i risultati, tutto precipita. In qualsiasi squadra del mondo. Il vero problema è che non sono mai stati difeso nelle mie scelte».  Ovvero?  «Ricordate quando, prima di Bergamo, lasciai a casa Galante, Marchini, Mozart e De Lucia? Da tempo la società mi sollecitava a dare sanzioni a chi non rispettava le regole. Quando feci questa scelta, tutti i vertici della società mi chiamarono entusiasti: Spinelli, suo figlio, Garzelli e Ricci. E sfido chiunque dei quattro a dire il contrario. Bene, lascio fuori questi giocatori trovando l'appoggio della società e il lunedì cosa succede? Che Spinelli va da loro a rincuorarli... Mi dite voi come si fa a gestire un gruppo in queste condizioni?. La differenza a questi livelli la fà anche una società che condivide le scelte di un allenatore. Altrimenti anche il giardiniere si sente autorizzato ad alzare la voce».  Galante ha avuto parole non tenere nei tuoi confronti.  «Dopo averle lette, mi era presa voglia di salire in macchina e venire a Livorno per parlarci. Poi ho lasciato stare. Dice che non lo consideravo? Caro Fabio, sappi che io ti consideravo non 10 ma 100 volte di più rispetto alle persone che ti stavano intorno e ti facevano credere il contrario. La verità è che lo hanno utilizzato per far del male a me. Spero che col tempo lo capisca».  Rimpianti?  «La squadra ha dato tutto. Ma i limiti c'erano. Salvarsi era molto dura. Posso chiudere io con una domanda?  Prego.  «È stato più difficile per Mourinho fare 82 punti in 38 partite con l'Inter, o per me fare 23 punti in 24 partite con il Livorno?».  

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di Redazione web