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Bottai, pugni amaranto

Mario Orsini
Lenny Bottai in azione e prima del match
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Lenny Bottai in azione e prima del match

Otto match e otto successi per il pugile livornese «Grazie a Igor Protti e una dedica speciale per Mario Bianchi»

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LIVORNO. Otto su otto. Quattro prima del limite. Lenny Bottai, a Borgo San Lorenzo batte, per ferita, Michele Mottolese, ed allunga la serie di vittorie e l'imbattibilità da professionista. Un successo importante anche in prospettiva futura. Se continuerà a vincere a questi ritmi e in questo modo sarà sempre più difficile, per i vertici federali, negargli l'opportunità di battersi con il titolo italiano dei superwelter. A sostenerlo, nel Mugello, una settantina di tifosi con striscioni e cori da stadio.

L'epilogo del match alla quarta ripresa quando ormai aveva scavato un fossato tra se e Mottolese. Guai però pensare che sia stata una passeggiata. Parole di Lenny: «E' stato un incontro spigoloso, scorbutico a livello fisico e caratteriale, ma ho centrato l'obiettivo. Ho retto anche a provocazioni come colpi dietro la testa, dopo lo stop e legature continue. Non mi sono mai spazientito».

Tanti ragazzi a sostenerla?
«E' una cosa fuori del comune: ultras nella boxe, da buoni livornesi. C'erano miei allievi, gente della palestra ma anche vecchi amici: di strada, di stadio e di militanza. Sono salito sul ring con "You'll never walk alone", inno e coro del Liverpool diventato un must. Significa: non camminerai mai da solo».

Cavallari, il responsabile della sua scuderia, cosa le ha detto dopo questa nuova vittoria?
«Che stiamo facendo bei passi avanti. Sa che ho scelto una strada vera. Ho disputato otto match, più della metà con italiani che, come me, volevano vincere. Non mestieranti».

Di nuovo Igor Protti a sostenerla anche in trasferta?
«Il solo fatto che ripaghi l'amicizia e mille emozioni vissute insieme seguendomi la dice lunga su chi è come uomo. Maestoso quanto umile. Io gli avevo mandato un sms dove gli dicevo che combattevo lontano. Mi sarebbe bastato il consueto augurio. Lui mi ha chiamato e mi ha detto: domani vengo. Favoloso. La sua presenza è uno stimolo inimmaginabile. In trasferta di più. Comunque - e fa una grande risata - avanti d'andà pari ne deve fa di chilometri il bimbo».

Prospettive?
«L'ho detto e lo ripeto. Vado avanti passo dopo passo. La classifica si muoverà in maniera importante. Adesso conta solo quella. Almeno così si dice, ma non bisogna mai fidarsi. C'è chi con molto meno ha avuto chance importanti. Altri invece con molto di più sono ancora in lista d'attesa. In ogni caso adesso punti si accumulano con i match vinti, in base al livello di difficoltà».

Pugilato ma anche attenzione alle cose della città?
«Sì. Sono salito sul ring con una maglia per sostenere gli operai, della città, in difficoltà per conservare il posto di lavoro. Un piccolissimo gesto che non cambia nulla, ma che vuole richiamare l'attenzione su un problema serio. Ci sono troppe famiglie in bilico. Tutta la città si deve stringere attorno a loro. La società deve dare risposte a chi chiede un posto di lavoro sicuro, per aver garantita una vita decente che oggi è privilegio solo delle classi benestanti. Se non partiamo da questo, presupposto, non arriviamo da alcuna parte».

Qualche ringraziamento?
«Al fisioterapista Marco Zaccagna. Due giorni prima del match sono rimasto bloccato alla schiena e al collo. Una tragedia. Lui mi ha rimesso in piedi. La vittoria la dedico alla memoria di Mario Bianchi, il barista dello stadio. Un uomo che ci ha visto crescere tutti».

Alla Fortitude tutto bene?
«Per la boxe è un buon momento. Noi purtroppo abbiamo orari vincolati e poco spazio. Non siamo in grado di esaudire tutte le richieste o allestire corsi per bambini. E' un vero peccato. Questo sport ha una gran valenza sociale. Insieme ad un amico stiamo elaborando progetti No-Profit, per lavorare con le fasce a disagio: salute mentale, carcere, riabilitazione e obesità giovanile. Per ora solo idee che, mi piacerebbe, fossero prese in considerazione da chi di dovere».

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