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Il livornese volante Cappè fa il vuoto sulle strade di Gaul
Ha battuto tutti alla Trento-Bondone «La salita è casa mia»
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LIVORNO. Dal lungomare di Livorno alle rampe del Bondone: il salto sembra infinito, ma non per Matteo Cappè, grimpeur livornese che domenica scorsa ha messo il suo sigillo sulla Trento-Bondone, una delle Gran Fondo più porestigiose del calendario del ciclismo amatoriale. 31 anni, tesserato per la Cicli Maggi di Forte dei Marmi, Cappè sta facendo letteralmente il vuoto nella sua categoria, duellando con i migliori a livello nazionale e non solo. Una carriera di alto livello da dilettante, con tanto di approdo al professionismo (2003) e quindi la lunga e vincente esperienza tra gli amatori.
Con una particolare predilezione per le scalate più dure: nel suo palmares infatti figura anche la Prato-Abetone.
Alla quarta edizione della Gran Fondo trentina, dedicata a Charlie Gaul, il livornese ha conquistato il Monte Bondone, che nel 1956 fece da cornice alla straordinaria impresa del campione lussemburghese, Charly Gaul appunto, vincitore allora di un'epica tappa e poi del Giro d'Italia. Nel percorso «lungo» (142 km con 3.050 metri di dislivello), il livornese ha regolato il cuneese Miculà Dematteis e il trevigiano Alessandro Bertuola. Il passaggio nei pressi del lago di Terlago registrava Cunico, Negrini e Cavalli staccati di una manciata di secondi dal gruppo. All'imbocco della salita di Sopramonte era Cunico a lanciare il primo attacco, ma i due suoi compagni di fuga non mollavano e consentivano ad altri sei corridori di ricompattarsi. Tra questi, c'erano Cappè, Corradini e il cuneese Dematteis. Dopo Sopramonte Il livornese attaccava, senza esclusione di colpi: una mazzata ai muscoli degli avversari incapaci di reagire, e Matteo chiudeva con tre minuti di vantaggio su Dematteis e Bertuola. Corradini si è arreso, chiude in quarta posizione.
«Aspettavo solo la salita - ha raccontato Cappè al termine della sua fatica - è la mia specialità da quando ero dilettante, quando venni anche a fare la «Trento-Bondone» e dunque conoscevo già questo percorso. Devo ringraziare tutti i miei compagni della cicli Maggi che mi hanno aiutato molto e hanno sempre giocato per me. Questa Granfondo - prosegue Matteo - è davvero bellissima, a livello di altre magari più conosciute che però dal punto di vista dell'organizzazione non sono così preparate come questa di Trento. Questa è una cosa importantissima per le granfondo, in particolar modo l'assenza totale di traffico e di rischi, che oggi ho apprezzato tanto, quasi più del risultato finale. Pensando a Gaul provo tanta ammirazione per campioni del passato come lui, o come Coppi, Bartali o Martini. Il vero ciclismo era quello secondo me, quello era il vero professionismo. In fin dei conti si corre per divertirsi. Noi siamo un gruppo molto legato e si va spesso fuori a cena e ci si diverte, oltre a fare le cose sul serio quando si corre».
Con una particolare predilezione per le scalate più dure: nel suo palmares infatti figura anche la Prato-Abetone.
Alla quarta edizione della Gran Fondo trentina, dedicata a Charlie Gaul, il livornese ha conquistato il Monte Bondone, che nel 1956 fece da cornice alla straordinaria impresa del campione lussemburghese, Charly Gaul appunto, vincitore allora di un'epica tappa e poi del Giro d'Italia. Nel percorso «lungo» (142 km con 3.050 metri di dislivello), il livornese ha regolato il cuneese Miculà Dematteis e il trevigiano Alessandro Bertuola. Il passaggio nei pressi del lago di Terlago registrava Cunico, Negrini e Cavalli staccati di una manciata di secondi dal gruppo. All'imbocco della salita di Sopramonte era Cunico a lanciare il primo attacco, ma i due suoi compagni di fuga non mollavano e consentivano ad altri sei corridori di ricompattarsi. Tra questi, c'erano Cappè, Corradini e il cuneese Dematteis. Dopo Sopramonte Il livornese attaccava, senza esclusione di colpi: una mazzata ai muscoli degli avversari incapaci di reagire, e Matteo chiudeva con tre minuti di vantaggio su Dematteis e Bertuola. Corradini si è arreso, chiude in quarta posizione.
«Aspettavo solo la salita - ha raccontato Cappè al termine della sua fatica - è la mia specialità da quando ero dilettante, quando venni anche a fare la «Trento-Bondone» e dunque conoscevo già questo percorso. Devo ringraziare tutti i miei compagni della cicli Maggi che mi hanno aiutato molto e hanno sempre giocato per me. Questa Granfondo - prosegue Matteo - è davvero bellissima, a livello di altre magari più conosciute che però dal punto di vista dell'organizzazione non sono così preparate come questa di Trento. Questa è una cosa importantissima per le granfondo, in particolar modo l'assenza totale di traffico e di rischi, che oggi ho apprezzato tanto, quasi più del risultato finale. Pensando a Gaul provo tanta ammirazione per campioni del passato come lui, o come Coppi, Bartali o Martini. Il vero ciclismo era quello secondo me, quello era il vero professionismo. In fin dei conti si corre per divertirsi. Noi siamo un gruppo molto legato e si va spesso fuori a cena e ci si diverte, oltre a fare le cose sul serio quando si corre».
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