Il Tirreno

Livorno

Una “maturità” umiliante

Luca Cinotti
Una “maturità” umiliante

Ancora una volta sui banchi di scuola per dare un esame: ma in qui in palio non c'è il "pezzo di carta",, ma la dignità della propria vita

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Sì, lo ammetto: ho vinto alla lotteria. La fortuna si è chinata a baciare lo schermo del mio computer in un'aula dell'Itis "Fermi" di Lucca e ha estratto un questionario che mi ha permesso di superare le "preselezioni" per il concorsone a cattedre. Nel mio turno (ne sono stati fatti quattro al giorno per due giorni, nella grande catena di montaggio dei quiz), solo in due su 12 abbiamo superato lo scoglio. Non ce l'hanno fatta, sedute accanto a me, Emanuela e Cristina. Si erano preparate negli scampoli di tempo che il lavoro (precario) aveva concesso loro. E non ce l'ha fatta Cinzia che all'uscita dall'aula reagisce un po' stizzita a uno dei commissari che bolla la nostra "classe" come la peggiore avuta fino a quel momento: «Dovevano fare domande più facili», dice mentre si rimette lo zaino in spalla. Perché questi test, che hanno falcidiato un candidato su tre, lasciano in bocca il sapore del fiele a chi non riesce a superarli: è brutto essere bocciati senza poter dimostrare di conoscere la propria materia e di saperla insegnare. Per certi versi diventa addirittura umiliante, come quando i risultati alla fine vengono affissi all'albo della scuola, come succede per i tabelloni della maturità.

Niente carta? Sì, però... Il concorso inizia ancora prima della preselezione: quando, nel mito dell'opzione "zero carta" il ministero decide di accettare iscrizioni soltanto in via telematica. Che va benissimo se sei già accreditato (cioè se insegni). Ma diventa una corsa ad ostacoli se fino ad ora hai fatto un lavoro del tutto diverso. Perché il concorsone ha questo di bello (o di brutto): sembra un archeologo che scava nei requisiti fino agli anni Novanta e permette anche a un giornalista, senza abilitazione e senza una minuto di esperienza di insegnamento, di competere con chi nelle aule ci sta da dieci anni. A patto che, ovviamente, si accetti la trafila per iscriversi al sistema del ministero. Che è sì, in gran parte, informatica, ma che ha poi un'appendice cartacea, visto che per completare la procedura bisogna recarsi, fotocopia del documento alla mano, in una segreteria scolastica. Solo a questo punto si può compilare la domanda e inoltrarla al ministero (sperando di non aver fatto errori).

Quiz, che passione... Messa l'anima in pace con la domanda inviata, non rimane che aspettare le date della preselezione e, magari, cominciare a prepararsi. Il che significa metter via libri e appunti sulla propria materia e tuffarsi in uno strano mondo popolato di serie numeriche, relazioni insiemistiche, domande di inglese e di informatica: un incrocio fra la pagina della Sfinge della Settimana enigmistica e i quiz televisivi che poco o nulla ha che fare con i testi di Hegel o i documenti sul Concilio di Trento, che dovrebbero essere il pane di chi, come chi scrive, aspira a una cattedra da insegnante di filosofia e storia. C'è da scommettere che i più contenti, alla fine, siano gli autori e gli editori delle centinaia di testi di preparazione che sono stati messi in commercio pochi giorni dopo l'annuncio del concorsone. Perché i quiz, quelli veri, il ministero li ha messi a disposizione con un simulatore solo a fine novembre. Senza possibilità di poterli scaricare con le risposte giuste, per evitare il ricorso ai famigerati "fogliettini". Questo ultimo riferimento non sembri gratuito.

Vent'anni dopo. Perché la sensazione provata all'ingresso nell'aula è simile a quella dell'esame di maturità, anche se distante vent'anni nel tempo. Solo che là c'era in palio il primo vero "pezzo di carta" della vita, qui c'è la possibilità di dare una dignità e una sicurezza a questa stessa vita. E poi quelli che si siedono oggi davanti ai computer per giocarsi una cattedra sono persone adulte, con figli, famiglie, mutui da pagare. Non diciottenni più o meno spensierati. E proprio per questo giocarsi tutto con 50 quiz scelti a caso su 3.500 sembra un gioco crudele. Come crudele e infinito è il tempo che passa tra la consegna del tuo questionario e il momento in cui il commissario introduce la chiavetta nel computer e ti fa vedere se sei stato "promosso". Per me e la mia collega che ha superato la fatidica quota di 35 inizia l'attesa di sapere quando ci saranno le prove scritte (finalmente sulla propria materia). Ma prima c'è tempo per un "in bocca al lupo" del commissario temperato da un commento amaro: «Spero che ce la facciate, anche se poi la scuola in cui entrerete è questa...». E allarga le braccia, in un gesto che dice tutto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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di Redazione web