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Livorno, addio al ristoratore Ennio Retti: era suo "L'Ancora" in Venezia
Tifosissimo di Livorno e Juventus, 88 anni, in precedenza aveva gestito "Mister Ok" in via Gramsci, il locale del Rogiolo e un altro a Capraia. Il ricordo del figlio e "le pentolate" di cibo per i volontari della Svs
LIVORNO. A Livorno era un’istituzione. Una città che amava a tal punto da tatuarsi i Quattro mori su una spalla e reagire, anche in modo scomposto, a chi, senza ragione, ne parlava male. È lutto per la scomparsa di Ennio Retti, titolare dello storico ristorante “L’Ancora”, in Venezia. Aveva 88 anni e ha lavorato dietro al bancone fino a otto mesi fa, quando ha dovuto rallentare a causa di una malattia.
La passione amaranto
Tifosissimo del Livorno, fin quando ha potuto ha sempre seguito la squadra amaranto. Memorabili le telefonate al figlio Alessio Retti, anche lui ristoratore e fino a qualche anno fa volontario della Svs, per sapere a fine primo tempo e al termine della partita quale fosse il risultato. Ennio tifava anche la Juventus.
La storia dell’Ancora
La sua avventura nella ristorazione era cominciata prima che “L’Ancora” diventasse un punto di riferimento del quartiere. Insieme a un socio, infatti, aveva aperto una pizzeria in via Gramsci, “Mister Ok”. Poi altre esperienze, dalla gestione estiva del Rogiolo fino a un locale nel campeggio di Capraia, prima di arrivare al ristorante in via degli Scali delle Ancore, aperto a metà degli anni Novanta. Da lì in avanti, per tanti livornesi, è diventata una casa. Un locale animato dalla familiarità che nasce quando dietro al bancone non trovi solo un ristoratore, ma una persona che conosce i clienti e sa come accoglierli. «Mio padre era così – dice il figlio Alessio – solare, burlone, sempre pronto alla battuta. Anche chi arrivava da fuori città finiva per affezionarsi a lui e alle sue storie. Da Firenze gli chiedevano di raccontare le barzellette».
«La nostra colonna»
«Era una persona buona, gli volevano tutti bene. Era amico di tutti – continua Alessio – e, anche quando non era più dietro al bancone, le persone passavano per salutarlo. È stato la colonna della nostra famiglia, ci ha sempre guidati». Una famiglia che aveva già conosciuto un dolore enorme, con la morte del fratello di Alessio, scomparso a soli 22 anni in un incidente stradale. Ennio era rimasto il punto fermo, quello a cui affidarsi nei momenti difficili. «Recentemente diceva che ero io a essere diventato la sua colonna. Ai medici spiegò: “Il mio figliolo è il mio cervello e io faccio tutto quello che mi dice lui”». Il legame con Alessio era fortissimo, fatto di quotidianità, affetto e di quelle telefonate memorabili per sapere come stesse andando il Livorno mentre lui era allo stadio.
Il cuore grande per la Svs
Un altro pezzo della sua vita era la Svs, alla quale Alessio è stato legato per anni. Ennio e la moglie Vera non si limitavano a guardare da fuori l’impegno dei volontari: partecipavano con la generosità concreta di chi conosce il valore di chi dedica il proprio tempo agli altri. «Quando facevano i turni, soprattutto di notte, io e mia mamma portavamo loro grandi pentoloni di primi. La Svs era una grande famiglia», ricorda Alessio. C’erano anche le serate organizzate insieme, le cene e gli incontri con persone che, nel tempo, erano diventate amici. Un modo semplice per esserci, senza bisogno di mettersi in mostra. Da sabato 17 ottobre, per ricordare Ennio, è stata allestita la camera ardente nelle salette della Svs fuori dal cimitero dei Lupi. Lunedì 19, alle 8,30, il funerale e poi la cremazione.
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