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Darsena Calafati, futuro in attesa: scaduta la proroga ai Lorenzoni, il nuovo bando ancora non c’è

di Flavio Lombardi

	Leopoldo e Luigi Lorenzoni; a sinistra il tender di Dolce e Gabbana
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Leopoldo e Luigi Lorenzoni; a sinistra il tender di Dolce e Gabbana

Da oltre sessant’anni il cantiere rappresenta un presidio per marineria professionale e diporto nello scalo livornese. Tra investimenti, commesse internazionali e servizi operativi tutto l’anno, la famiglia chiede chiarezza sulla futura organizzazione delle aree portuali

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LIVORNO. C’è una data che è passata senza che, almeno per ora, ne sia arrivata un’altra. Il 30 settembre è scaduta la proroga concessa ai Cantieri Lorenzoni per continuare a lavorare nell’area della Darsena Calafati, mentre il nuovo bando dell’Autorità portuale ancora non c’è. E così Lorenzoni – una delle realtà storiche del settore – continua a lavorare, ma senza sapere quale sarà il perimetro della gara che dovrà ridisegnare il futuro di una parte importante del porto.

La gara ponte e le concessioni

La vicenda parte da lontano ma ha avuto un passaggio decisivo nell’estate del 2024. Allora l’Authority mise a gara quattro concessioni fra Darsena Pisa e Darsena Calafati, quelle allora occupate da Gestione Bacini, Fratelli Neri, Montano e Romoli. Ad aggiudicarsele fu l’Ati formata da Gestione Bacini e Fratelli Neri. Una gara “ponte”, con scadenza al giugno 2026 perché allora sarebbe terminata anche la quinta concessione, quella dei Lorenzoni. L’obiettivo dichiarato era riallineare le scadenze e arrivare a un nuovo affidamento complessivo. Giugno è arrivato, la concessione di Lorenzoni è stata prorogata fino al 30 settembre, ma il nuovo bando non è ancora uscito.

«Vogliamo capire le regole»

«Stiamo cercando di capire quale sarà la nuova divisione delle aree – spiega Leopoldo Lorenzoni –. Ci è stato comunicato che esiste un aggiornamento al 2025 dello studio Rina e quindi il quadro potrebbe essere diverso da quello ipotizzato in precedenza. Si era parlato anche di una concessione unica, poi di più lotti. Noi chiediamo soltanto di poter capire le regole e partecipare, cercando di mantenere la nostra identità e la nostra attività».

Una storia che parte dal dopoguerra

Un’identità che parte dal dopoguerra. Il nonno Luigi Lorenzoni lavorava come montatore dei motori diesel Ansaldo e, dopo un periodo a Genova, si trasferì di nuovo a Livorno. Nel 1961 il figlio Luciano aprì la ditta di rappresentanza dei motori navali. Poi vennero l’officina, il “cantierino” di via del Marzocco acquistato negli anni Settanta, gli scali di alaggio e, tra la fine di quel decennio e l’inizio degli Ottanta, le prime costruzioni in ferro. Da lì uscirono anche imbarcazioni fino a trenta metri, come la Lampogas destinata al trasporto del gas all’Elba.

La quarta generazione e il servizio al porto

Oggi in azienda c’è già la quarta generazione. Il termine “cantierino” è rimasto nel lessico livornese, ma racconta solo in parte la realtà Lorenzoni. Le società che fanno capo alla famiglia occupano complessivamente una trentina di persone. Si lavorano ferro, alluminio, vetroresina e legno, con maestro d’ascia e calafato; si interviene su motori, impianti di bordo, assi, eliche, timoni e carpenteria. Il cantiere esegue controlli non distruttivi ed è fornitore di servizi per il Rina per le verifiche degli spessori delle lamiere. E fornisce componenti anche per navi fino a 70-80 metri. Il cuore dell’attività resta però quella fascia di naviglio tra i 7 e i 35 metri che, sottolinea Lorenzoni, oggi nel porto trova qui uno dei pochissimi punti di riferimento con accesso diretto all’acqua. Pescherecci, mezzi della Capitaneria, Guardia di finanza, Carabinieri e altre unità di servizio, oltre alle barche da diporto. «Noi siamo aperti 365 giorni l’anno. Se un peschereccio imbarca acqua o una barca deve essere tirata a terra con urgenza, bisogna poter intervenire subito. Questo servizio nel porto serve».

Il richiamo alla legge e la banchina completata

È il concetto che il padre Luciano, 88 anni e ancora presenza quotidiana in cantiere accanto ai figli Leopoldo e Luigi, lega anche alla legge 84 del 1994 sul riordino della portualità. Il riferimento è all’articolo 4, che fra le funzioni dei porti contempla quella peschereccia e, nel definire i criteri funzionali degli scali, richiama anche la presenza di attrezzature e servizi per manutenzione, riparazione e assistenza delle navi e delle imbarcazioni. Non una riserva per Lorenzoni, ma un elemento che la famiglia considera coerente con il ruolo svolto da decenni nello scalo. Ruolo sul quale pesa anche una vicenda infrastrutturale singolare. Nel 2015 il cantiere tolse i propri scali a rotaia per consentire l’allargamento della strada verso il Molo Italia, nell’attesa che venisse completata la nuova banchina. I lavori si fermarono, fra bonifiche, gare e il fallimento dell’impresa aggiudicataria. Alla fine, nel 2022, furono i Lorenzoni a mettere circa 500mila euro per completare a proprie spese settanta metri di banchina pubblica, con un piano di ammortamento trentennale. «Era l’unico modo per tornare davvero operativi», ricorda Leopoldo.

Gli investimenti e i clienti

E nonostante l’incertezza sul futuro gli investimenti non si sono fermati, forti delle collaborazioni con DMarine, e clienti come Benetton, Dolce e Gabbana e Msc. È in arrivo un nuovo carrello per la movimentazione delle imbarcazioni, investimento da circa 250mila euro.

Dai motori al mercato internazionale

Cresce anche la parte commerciale legata ai motori. Dal 1961 Lorenzoni lavora con VM Motori e dal 2017 ha ottenuto internamente l’omologazione RCD2 per due linee commercializzate con il marchio LVM, Lorenzoni VM. Motori fino a 350 cavalli per diporto e lavoro leggero. L’azienda è appena rientrata dal Salone nautico di Genova, dove partecipa con un proprio stand da diciassette anni. A novembre sarà di nuovo al Mets di Amsterdam, appuntamento europeo della componentistica nautica. Da questi contatti nascono vendite in Croazia, Grecia, Nuova Zelanda e perfino a Papeete, nella Polinesia francese.

Lo sguardo resta sulla Darsena Calafati

Ma lo sguardo torna inevitabilmente alla Darsena Calafati. «Non chiediamo privilegi – conclude Lorenzoni – . Vogliamo sapere come saranno divise le aree e poter concorrere. Abbiamo continuato a investire, abbiamo personale, competenze e clienti. E soprattutto svolgiamo un servizio che oggi, dentro il porto, non può semplicemente sparire».

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