Livorno, condannato a tre anni per aver pestato l'ex incinta rompendole uno zigomo
Il venticinquenne avrebbe anche inveito contro di lei mentre era a terra priva di sensi, prendendola a calci: «Io vado in galera, ma te intanto vai in ospedale».
LIVORNO. Tre anni di reclusione per aver maltrattato e aggredito più volte l’ex compagna, arrivando a colpirla al volto mentre era incinta e provocandole la frattura di uno zigomo. È la condanna inflitta a un livornese di 25 anni – Il Tirreno non riporta il suo nome per preservare la donna vittima delle presunte violenze – finito a processo per una serie di episodi che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, si sarebbero protratti per mesi. L’uomo, difeso dall’avvocata Barbara Luceri, è stato ritenuto responsabile dei fatti contestati.
Il procedimento penale era scattato dopo l’episodio più grave, avvenuto il 22 febbraio scorso. La donna era finita al pronto soccorso con evidenti lesioni al volto e una prognosi di 30 giorni. In un primo momento avrebbe riferito ai sanitari e alla polizia di Stato, intervenuta in ospedale, di essere caduta accidentalmente durante una lite con il compagno. Successivamente, però, avrebbe raccontato agli investigatori della Squadra mobile, diretti dal vicequestore Riccardo Signorelli, una versione diversa, descrivendo un’aggressione al termine di una discussione particolarmente violenta. Secondo la ricostruzione dell’accusa, il venticinquenne l’avrebbe spinta facendola cadere a terra. La donna avrebbe perso i sensi e, a quel punto, lui l’avrebbe colpita ripetutamente al volto. Prima dell’aggressione, secondo quanto emerso dagli accertamenti, le avrebbe detto: «Tanto vado in galera, ma te intanto vai in ospedale».
Le lesioni riscontrate dai medici, fra cui la sospetta frattura di uno zigomo, sarebbero risultate compatibili con il racconto fornito successivamente dalla giovane. Ma quello del 22 febbraio – stando alla tesi accusatoria – purtroppo non sarebbe stato un episodio isolato. La relazione tra i due, iniziata nel febbraio dell’anno precedente, sarebbe stata caratterizzata da litigi sempre più frequenti, insulti, minacce e atteggiamenti aggressivi. Gli investigatori della Squadra mobile avevano ricostruito, attraverso le dichiarazioni della donna e gli altri elementi raccolti nel corso dell’inchiesta, un rapporto nel quale il venticinquenne avrebbe esercitato un controllo costante sulla compagna, arrivando anche a controllarle il telefono per motivi di gelosia. In almeno due occasioni, durante l’estate e alla fine dell’anno, avrebbe distrutto il suo telefonino dopo aver letto alcuni messaggi, rendendolo di fatto inutilizzabile.
Gli episodi, secondo la contestazione, si inserivano in un quadro più ampio di comportamenti vessatori. La giovane avrebbe anche cercato più volte di interrompere la relazione sentimentale. Ma quando aveva manifestato la volontà di lasciarlo, il compagno avrebbe reagito minacciando di togliersi la vita: «Se mi lasci mi ammazzo». In un’altra circostanza avrebbe anche minacciato di gettarsi dal quarto piano di un palazzo, arrivando poi a procurarsi con un coltello alcune ferite superficiali alle braccia e alle gambe. Un comportamento che, secondo quanto ricostruito nel corso delle indagini svolte dai poliziotti, si sarebbe accompagnato anche all’abuso di alcol e all’assunzione di sostanze stupefacenti, soprattutto nei momenti in cui gli atteggiamenti aggressivi diventavano più marcati. Dopo l’aggressione del 22 febbraio la donna aveva manifestato agli investigatori il timore di poter essere nuovamente colpita e maltrattata, chiedendo di essere protetta. Proprio la gravità dell’ultimo episodio, unita alla presunta reiterazione delle condotte vessatorie, aveva portato la procura a chiedere una misura cautelare nei confronti del venticinquenne, allo scopo di preservare l’incolumità della ragazza.
Il giudice per le indagini preliminari Antonio Del Forno, su richiesta della pubblico ministero Ezia Mancusi, aveva quindi disposto il carcere. Nell’ordinanza il giudice aveva sottolineato la coerenza delle dichiarazioni della persona offesa e la presenza di riscontri, a partire dalla documentazione sanitaria relativa alle lesioni riportate. Ora, al termine del procedimento penale, è arrivata la condanna a tre anni di reclusione. Una sentenza in rito abbreviato, con lo sconto automatico di un terzo della pena.
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