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Strage di pesci nel mare della Toscana: il “caso Capraia” e il batterio killer che fa migliaia di vittime

di Martina Trivigno

	L'allevamento ittico sull'isola di Capraia
L'allevamento ittico sull'isola di Capraia

Nell’allevamento ittico dell’isola sono state colpite tre gabbie su otto. Esclusa l’ipotesi di inquinamento, proseguono monitoraggi e controlli per evitare la diffusione del contagio

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CAPRAIA ISOLA. Guardandole dal traghetto, prima ancora di arrivare in porto, circa la metà delle gabbie per l’allevamento di pesci in mare aperto sembrano ricoperte da una patina bianca. In realtà, sulla superficie di quelle gabbie che galleggiano al largo dell’isola di Capraia, tra la Corsica e Livorno, dentro un mare che da queste parti conserva il colore cristallino, sono pesci senza vita. Orate e branzini, per la precisione, vittime di una morìa che ha colpito l’allevamento della Cooperativa Maricoltura e Ricerca. Il motivo? Un’infezione batterica provocata dal “lactococcus garvieae”.

Un impianto nel cuore del Parco dell’Arcipelago

È un’immagine che non passa inosservata, soprattutto qui, a Capraia. Perché l’impianto si trova dentro il Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, a circa 36 miglia dalla costa, in un’isola abitata da poche centinaia di persone e senza insediamenti industriali. Un luogo dove il mare rappresenta una delle ricchezze più importanti e dove l’allevamento della Maricap ha costruito negli anni la sua identità proprio sulla qualità dell’acqua e sull’attenzione all’ambiente.

Il batterio e gli accertamenti

Gli accertamenti sono in corso e la causa della morìa è stata individuata in un batterio che non ha nulla a che vedere con un episodio di inquinamento e che, secondo quanto spiegato dal Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda Usl Toscana nord ovest, guidato da Luca Carneglia, è presente da alcuni anni anche nel mar Tirreno. E in passato casi analoghi si sono verificati, tra gli altri, nella zona di Piombino e anche a Orbetello. Il batterio colpisce i pesci e può provocare una mortalità elevata: il rischio aumenta soprattutto quando le temperature dell’acqua salgono, perché il microrganismo trova condizioni più favorevoli alla proliferazione. «Non è un’infezione trasmissibile all’uomo e non rappresenta quindi un pericolo per le persone – sottolinea il Dipartimento di Prevenzione – . Il problema riguarda i pesci e, negli allevamenti, può diventare particolarmente serio quando il contagio si diffonde rapidamente».

Tre gabbie colpite e monitoraggi in corso

A Capraia sono state colpite tre delle otto gabbie destinate all’allevamento, mentre le altre quattro, al momento – fanno sapere dalla Maricap – non risultano contagiate. L’impianto dispone inoltre di tre vasche dedicate agli avannotti, i piccoli dei pesci. È ancora presto per fare un bilancio preciso degli esemplari perduti, ma non è difficile immaginare che si tratti di migliaia di pesci. Le carcasse vengono rimosse e sono in corso i monitoraggi per verificare l’evoluzione dell’infezione e accertarsi che il batterio non interessi le altre gabbie.

La scelta di non usare antibiotici

La gestione dell’emergenza, però, a Capraia ha una particolarità: la Maricap ha infatti scelto da anni di costruire la propria produzione sull’assenza di antibiotici. Una scelta che in questa circostanza rende più complesso l’intervento, ma che la cooperativa non intende abbandonare. Negli allevamenti ittici colpiti da questo tipo di infezione, infatti, una delle strade possibili è quella del trattamento antibiotico degli animali ancora vivi, dopo avere eliminato gli esemplari morti. Una volta concluso il trattamento e trascorso il periodo necessario a garantire lo smaltimento dei residui (circa 15 giorni), il pesce può tornare a essere commercializzato. La Maricap, invece, ha deciso di mantenere la propria filosofia produttiva: eliminare i pesci morti, monitorare costantemente l’allevamento e attendere che l’infezione venga debellata naturalmente. «Noi non molliamo», dicono dalla cooperativa.

Una storia di qualità e sostenibilità

È una scelta che racconta molto di questa realtà: la cooperativa nasce nel 1998 da un progetto di sperimentazione regionale e nel corso degli anni si è trasformata in una delle realtà produttive più importanti di Capraia. Dal 2005, in particolare, la cooperativa ha lavorato per indirizzare la produzione verso un modello fondato sulla qualità, sulla sostenibilità e sul rispetto del contesto ambientale nel quale l’impianto è inserito.

La filosofia è quella della bassa intensità: pochi pesci, rispetto alle grandi concentrazioni degli allevamenti intensivi, e un ambiente marino considerato parte integrante del processo produttivo. Acque pulite, tempi di crescita rispettati e attenzione al benessere animale. In passato la cooperativa ha ottenuto anche la certificazione biologica e quella di filiera «libera da uso di antibiotici» sull’intero ciclo produttivo.

L’impatto sull’isola e l’attesa dei controlli

Ed è su questo che la Maricap ha costruito negli anni la sua reputazione. «Portare sulle tavole un’orata o una spigola allevata nel mare di Capraia significa proporre un prodotto che nasce in condizioni particolari, dentro un’area protetta e lontano dalle fonti di pressione industriale presenti lungo le coste», sottolinea la cooperativa. L’episodio di questi giorni non cambia quindi la natura dell’allevamento. «Il fenomeno va ricondotto alla presenza del batterio e alle condizioni ambientali che ne possono favorire la diffusione – sottolineano dalla Maricap – . L’aumento delle temperature marine, in questo senso, rappresenta un elemento sempre più importante per gli allevamenti ittici». Per Capraia, però, non è soltanto una questione ambientale o sanitaria: la Maricap è infatti anche una realtà occupazionale importante per l’isola. In un territorio piccolo, lontano dalla terraferma e con poche centinaia di residenti, l’allevamento rappresenta un presidio produttivo che ha un peso significativo nell’economia locale. Adesso l’attesa è affidata ai controlli. Le gabbie colpite sono sotto osservazione, i pesci morti vengono rimossi e le altre strutture vengono monitorate. Fondamentale, ora, verificare che il contagio non si estenda.

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