Addio Benvenuti, il ricordo del “fratello” Marinari: «L’ho visto piangere solo una volta, era per la Libertas» – I sogni, la Duetto e gli ultimi giorni solitari
I due sono stati amici per oltre trentacinque anni, una vita vissuta fianco a fianco: «L’Italia gli stava stretta, al college lo accoglievano con un’ovazione e i professori lo amavano»
LIVORNO. «Ecco il presidente, hai fatto la fine di Berlusconi. Credo che Roberto lo avrà accolto così, il suo Marco in cielo, con una risata, prendendolo in giro. Mentre Stefania mi par di sentirla come se fossi lì con loro: Bello il mi bimbo, quante gioie ci hai dato, alla faccia degli invidiosi». Piange Francesco Marinari, ricorda trentacinque anni di vita e di amicizia, e piange. Lui era, è, rimarrà il fratello italiano di Marco Benvenuti.
L’ultima telefonata
È stato tra i primi ad essere avvertito dall’amico Cole della sua scomparsa. È stato uno degli ultimi a parlarci. «Era metà agosto, mi chiamò Patrick, il suo socio, e me lo passò al telefono - racconta -. Marco era a letto immobilizzato. "Bello, com’è?", mi dice. Aveva la vocina debole, io ho provato rispondergli nel nostro stile: "E ti costano una cea le bimbe, ogni giorno presenti un’americana". Si mise a ridere, e aggiunse: "Checco, poi ti mando un messaggio da dare ai tifosi", ma non l’ho più sentito». Quella di Benvenuti, racconta Marinari, giornalista livornese, caposervizio alla Nazione di Firenze dove è responsabile della redazione web, è stata una scelta studiata con attenzione. «Non mi ha più voluto sentire, le comunicazioni si sono interrotte per sua volontà, aveva pianificato anche questo. Non aveva voluto che partissi per gli States, sapeva che il 13 agosto sarei salito in aereo per andarlo a trovare, ma mi aveva detto di non farlo, non voleva. Volevo litigarci per questa decisione, ma non ho più avuto modo di confrontarmici. Avrei voluto presentarmi a casa sua, in White Diamond Drive dove abbiamo passato giornate indimenticabili, ma ho rispettato i suoi piani. Nell’ultimo mese, quando aveva capito che non c’era più niente da fare, aveva smesso di interagire, per attenuare il distacco, voleva lasciarsi da tutti noi in maniera soft. Si è isolato per proteggermi dal dolore, voleva che fosse la fine più smoot, più dolce possibile, non ci si sente più e saprai che nel sonno me ne sono andato. Così è successo: molti mi hanno detto che è stata un’uscita elegante, non posso immaginare come sarebbe stato se ci fossimo dati l’ultimo saluto al telefono, disperati».
Il cuore amaranto
Marinari è l’amico che più di chiunque può raccontare Benvenuti da dentro la sua vita. Il presidente con i suoi progetti, ma anche e soprattutto il ragazzo e l’uomo con i suoi sogni, le sue forze, le sue debolezze e il lascito, morale e progettuale, alla città, al popolo libertassino. «Gli anni della presidenza della Libertas sono stati il momento più bello della sua vita, la sua medicina, ciò che l’ha fatto andare avanti. Ho visto Marco piangere una volta sola in vita sua, quando mi ha detto "non ce la faccio a non vedere la mia Libertas". Quando pensava alla squadra era l’unico momento in cui crollava, perché la Libertas era il suo babbo e la sua mamma, era gli anni Ottanta, era la gioia di quando da bimbo andava con Roberto sindaco al palasport ad esultare come un ultras nel parterre se vinceva l’Enichem e anche la domenica successiva se perdeva la PL e lì rivedeva suo padre con i sudori freddi di fronte alla sua esultanza contro i cugini. La Libertas era il suo motivo di vita e da istrione qual era, fare qualcosa per la sua città, sentire i cori, vedere gli striscioni, lo faceva impazzire. Gli piaceva avere tutti intorno, stare con i giovani, dargli idee, le Nuove Leve erano i suoi pupilli, ci stava al telefono per ore, e loro hanno scritto un messaggio bellissimo che rappresenta davvero Marco: "Ci mettevi in testa cose che non ci passavano nemmeno per la mente". Era quello che capitava anche a me quando andavo a trovarlo e tornando in Italia mi chiedevo perché non fossi rimasto lì con lui che era sempre impegnato a mordere la vita».
Il progetto Libertas
Il progetto, dicevamo: «Non sono io che posso tracciare il futuro della Libertas - sottolinea Marinari -. Posso dire che in maniera molto lucida Marco ha voluto che il progetto amaranto continuasse, perché è quello che più gli stava a cuore della vita, per le energie che ci ha speso, per ciò che gli ha dato. Benvenuti ha pianificato il dopo di lui per dare le gambe alla Libertas quest’anno e almeno nei prossimi due anni, ha studiato con lucidità un grande programma e questo dovrebbe far commuovere tutti. Ma la Libertas ha anche bisogno di forze nuove, di trovare un ulteriore modo di camminare con le sue gambe, di partner importanti e di sponsor, di un grande merchandising. Spero con tutto me stesso che il progetto abbia gambe perché con questo progetto vivrà Marco: lui non se n’è andato, sarà al Lovari il 5 settembre, al Modigliani per la prima palla a due. Il suo lascito è questo: "Ho dato tutto, ma dovete credere nel vostro sogno: il mio è quello di una grandissima Libertas che possa giocare in Europa, ma serve che la società trovi partner per continuare a camminare, spetta a chi verrà, trovare risorse e idee"». È una filosofia molto in linea con quanto dichiarato di recente da Ferencz Bartocci in un’intervista al Tirreno: «Il budget strutturato, col presidente Benvenuti è garantito. Ma la volontà a fine stagione è che il contributo di Marco sia quello giusto e per questo stiamo lavorando molto a livello commerciale».
Il carisma coi giocatori
Se la Libertas continuerà a vivere è grazie alla scelta che Benvenuti fece a fine anni Novanta di inseguire il suo sogno. Francesco Marinari c’era, come sempre: «Ci eravamo conosciuti al liceo classico, entrambi in sezione B, lui un anno più grande di me, tra le paste di Vinicio, le partitelle con Gino Fioravanti nella palestrina nella chiostra interna, le agguerrite finali scudetto di fine anno scolastico a cui lui teneva da morire - ricorda Marinari -. La domenica mi telefonava a casa e mi diceva "Checco sono Marco, ti portano al palazzetto? Mi dai un passaggio?". È iniziato tutto così e da lì non ci siamo più lasciati: le nostre famiglie sono diventate amiche, perfino le nostre nonne, il basket è sempre stato il comun denominatore che ci univa, iniziammo con la Baker e l’Incubo Amaranto, un misto di tifosi LL e PL. Poi arrivò il Don Bosco, i North Pride con Luca e Daniele Marella. Aveva vent’anni ma sviluppò già allora un carisma innato verso i giocatori di basket che si è portato dietro per sempre: mostrava un’aura pazzesca nei loro confronti e così diventò amicissimo di Parente, Podestà, dei fratelli Gigena. Univa le persone e le invitava alle grandi feste nella sua casa di via Calzabigi. Gli piaceva essere l’istrione che colpisce tutti, mentre io ero il suo grillo parlante e così si fece comprare una Toyota Celica, un coupé bellissimo, con cui abbiamo fatto decine di trasferte dietro alla squadra di Banchi, alle finali di Imola e di Trieste, ma anche a quelle juniores dove il Don Bosco vinceva scudetti a raffica. Era un grande trascinatore, per i giocatori un riferimento, eravamo coetanei di quella nidiata, si facevano i grupponi e si partiva, con noi veniva spesso anche Elisa D’Alesio».
Il sogno americano
Benvenuti sognava l’America fin da bambino. «Tutta colpa dello sport, della pallacanestro e del football. E così fin da quando era ragazzo ogni estate volava negli Stati Uniti e amava raccontare a tutti la sua impresa ai mondiali del 1994, quando riuscì ad andare alla finale Italia-Brasile dopo essersi fatto a piedi tutta Pasadena, per raggiungere lo stadio, da solo a 18 anni». La decisione definitiva arrivò nel 1999: «Ero all’Elba quando mi telefonò, in una delle sue pazze e incomprensibili telefonate che mi faceva davanti ai bivi importanti della sua vita, in cui urlava e non capivi niente: "Vado in America, vieni con me". Un’altra simile me la fece quando diventò presidente della Libertas, non stava in sè dalla gioia». «La vita italiana - ricorda Marinari - gli stava stretta, all’università andava piano e decise che era il momento di cambiare. Partì con sua nonna Edi, mamma di Roberto, abitavano in un appartamentino a Las Vegas. Aveva scelto lui la città, perché era il simbolo dell’eccesso che lo avrebbe rappresentato più di tutti. Quando partì non sapeva cosa fare, si presentò all’Università del Nevada, dove i reclutatori gli spiegarono che lì la strada più battuta era quella dell’hotel administration e lui decise di intraprenderla. Gli Stati Uniti lo riaccesero, perché dallo studicchiare in Italia tra divano e palazzetto, a diventare un imprenditore di successo e illuminante, fu un attimo. Sfruttò il suo talento di affabulatore, tutti i prof erano ai suoi piedi e lo sono ancora: ancora quest’anno quando Marco arrivava all’Unlv il campus andava in estasi, alcuni docenti sono diventati suoi e anche miei amici come Mehmet Erdem da Cipro, o il preside che abbiamo rivisto lo scorso febbraio per la festa dei 50 anni di Marco ed era letteralmente impazzito per lui».
Portiere d’albergo
In un attimo Benvenuti finisce l’università e si innamora dei suoi studi. «Capì che nel suo progetto di vita di diventare qualcuno, l’hotel administration poteva essere la strada giusta - racconta Marinari -. Lui ha sempre visto avanti, voleva fare l’imprenditore e allora scelse il master alla Cornell, sulla costa east, una delle grandi università dove c’è il più importante master del settore turistico, passando dal caldo di Las Vegas all’inverno di Itaka dove si spala la neve la mattina per uscire di casa. Un master del genere costa una fortuna ma ti indirizza verso i big. Ma per arrivare in alto devi partire dal basso e così Marco accettò di cominciare come doorman al Four Seasons Hotel di Chicago. Aveva preso un appartamentino nella Sears Tower, che fino a poco tempo prima era il grattacielo più alto del mondo: mi chiamava e mi raccontava della palestra all’ultimo piano, della piscina al penultimo. Era felice ma voleva andare avanti. E così passò a Expedia.com, per arrivare poi alla più importante delle società del settore, la Wynn Encore di Las Vegas di Steve Wynn, uno dei grandi magnati della capitale del Nevada, che ha avuto anche i Las Vegas Raiders di football americano: Wynn lo conobbe e lo volle tra i suoi principali collaboratori, affidandogli la direzione delle Wynn and Encore, i due grattacieli neri di Las Vegas, quelli che in tutti i disaster movie crollano, il più lussuoso e all’avanguardia tra i casinò della città. Chiunque avrebbe firmato per quel posto ma Marco aveva un sogno, diventare imprenditore. È stato uno dei suoi grandi insegnamenti: se hai un sogno, devi realizzarlo. Quando me lo diceva mi metteva in difficoltà: tante volte mi ha chiesto di trasferirmi lì, raccontiamo l’America attraverso lo sport, mi diceva, ma la razionalità mi ha fermato. Sono andato ogni anno a trovarlo, sempre a novembre, passavamo insieme la festa del ringraziamento e fu in una di quelle occasioni che ho visto nascere e diventare realtà il suo sogno chiamato Duetto».
Duetto nel mondo
Marinari ha ogni ricordo scolpito negli occhi e nel cuore: i viaggi nella Sierra Nevada sulla 500 Abarth dell’amico, le partitelle sui campini di Venice Beach, le avventure e i ribaltamenti sulla Dune Buggy sulle desertiche spiagge californiane "con Marco che mi fa: ora ci fanno ripagare tutto", una delle ultime partite dei 49ers al Candlestick Park prima che si trasferissero nel nuovo stadio di San Francisco, «quella volta che a Reno ad una partita della Ncaa incontrammo David Wood che lì era una star e Marco impazzì, andammo a presentarci, poi fummo estratti per i posti in poltroncina e allora fu David a tornare da noi e chiederci le mail e tutti si chiedevano chi fossimo, due ragazzi a cui Wood chiedeva forse l’autografo». E poi la nascita di Duetto e i modi in cui Benvenuti si approcciò al progetto. «Eravamo a Los Angeles, stavamo andando a vedere Lakers-Clippers, lui parlava con Patrick Boswort, il suo socio che aveva portato via da Wynn Encore, e diceva "bimbi, bisogna capire cosa si vuol fare di questa Duetto". La sede era in uno sgabuzzino, una storia alla Steve Jobs, fu lì che nacque l’idea del software per ottimizzare i prezzi delle camere in modo che ogni momento dell’anno gli alberghi guadagneranno il massimo, e non a caso settemila hotel hanno acquistato quel programma. Non fu facile: Marco faticò in maniera incredibile, integrarlo coi grandi player come Trivago o Booking era complicato, si presentava da loro come signor nessuno, non so ancora come sia riuscito a farlo, non dormiva la notte ma ottenne grandissimi round di investimenti, prima 500mila dollari presentando l’idea a San Francisco, poi altri due milioni, nella Silicon Valley dove gira il venture capital a caccia dell’idea giusta e da lì fu un crescendo. Quei primi fondi dettero ali alle idee, prese una sede bellissima al centro commerciale Tivoli Village a Las Vegas, un grande loft a San Francisco. Marco girava, era spesso a New York, a fare conferenze e io spesso con lui, centinaia di partite insieme, il matinée italiano al Madison Square Garden prima di Knicks-Spurs, Belinelli contro Gallinari, la prima partita tra due italiani nella Nba. Con Duetto aprì sedi in Asia, a Londra, in varie città americane. Aveva impegni ovunque, lo pagavano profumatamente per fare conferenze, ma riusciva a trovare tempo per me e per i nostri amici di sempre, Elena Linardon, Simona Del Re, Elena Maccioni e questo mi commuove. "State tranquilli", ci diceva e ci insegnava a prendere tutto sempre con leggerezza. Io cercavo di imitarlo anche nel mondo in cui si metteva a disposizione dei suoi ultimi impiegati. Ha dato lavoro a tantissime persone, recuperandole da giri non belli nei sobborghi di Las Vegas, ha aiutato tanti, con la sua generosità che era infinita».
La sorte crudele
La morte del padre Roberto fu il primo dei drammi che hanno oscurato la vita di Benvenuti. «Poi ci fu quello di Stefania, che si sentì male - ricorda Marinari -. Marco si prese cura di lei, si dedicò anima e corpo a sua mamma, lasciando la sua immensa creatura Duetto che nel frattempo era sempre meno sua, uscì dal board, rimanendo con le stock option e come consulente. Seguì Stefania fino all’ultimo. A Livorno intanto da tempo provavo a raccontare l’impresa in cui era riuscito, diventando guru dell’hotel management ma tanti non capivano cosa facesse. "Fa il croupier a Las Vegas? Il portiere d’albergo?", mi diceva qualcuno, mentre altri iniziarono ad avvicinarmi per convincerlo ad entrare nella Libertas. "Vediamo a tempo debito", mi rispondeva lui". La telefonata che Marinari non potrà mai dimenticare arrivò a gennaio 2024: «Pensava di avere la sciatalgia, e d’altra parte nel frattempo si era innamorato dell’hockey sul ghiaccio, seguendo i Vegas Golden Knights, oltre alle Aces in Wnba, dove era diventato un personaggio e si presentava con un caschetto da hockey d’oro in poltroncina. Aveva comprato una squadretta delle leghe minori per giovani, gli Henderson Forces, poi era diventato socio sostenitore dei Golden. Giocava anche in una lega amatoriale e quel dolore che lo affliggeva da tempo alla schiena si pensava fosse dovuto alle fatiche dell’hockey. Ma non passava e un’ecografia scoprì che si trattava di un male in fase già molto avanzata. Mi telefonò per dirmelo, fu una botta per tutti, ma anche in quell’occasione ci dette l’insegnamento maggiore: combattere. La vita gli aveva tolto due genitori, lo aveva immobilizzato, e lui ha rilanciato: ha iniziato la chemio per ridurre il male e tentare l’operazione, che fu fatta a Houston con un intervento di 22 ore. Era il 31 ottobre 2024, la sera di Halloween e organizzammo una catena di solidarietà per seguire l’evolversi degli eventi dall’Italia attraverso l’amico Cole. Uscì come se non avesse avuto nulla, io andai a Houston a gestire la fase post dimissioni, in queste strutture alberghiere mastodontiche per malati accanto ai grandi ospedali. Atterrai in Texas il 12 novembre di sera e la mattina mi presentai in ospedale: era arzillo, pieno di tubi e proprio da quelle stanze, in quei giorni, comprò il Jolly dai Paoli. Il telefono bruciava, chiamava in continuazione Livorno, io stavo 14 ore al giorno su una poltrona accanto a lui, doveva provare a stare in equilibrio e per scherzare mentre cadeva mi prendeva a schiaffi, tirava i palloncini, faceva ridere gli infermieri, portando un po’ di sorriso in quell’ambiente di sofferenza». Poco dopo ci fu l’entrata in Libertas, poi la presidenza: «Da quel momento - racconta Marinari - ho diviso Marco con una Livorno che aveva finalmente capito chi era. L’ultimo colpo che ha fatto, l’incontro di due ore con Graves per convincerlo a firmare, è stato un’impresa: non ce la faceva già più, quel colloquio fu uno sforzo sovrumano, ma lui era così, dava tutto, perché "i sogni - diceva - devi realizzarteli"».
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