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Igor Protti
La storia

Quel patto d’acciaio tra me e Igor: perché è sempre stato uno di noi

di Lenny Bottai*
Quel patto d’acciaio tra me e Igor: perché è sempre stato uno di noi<br>

Un vero esempio nello sport e nella vita, uomo pensante e presente. Era un eroe contemporaneo che ha insegnato il rispetto del calcio popolare

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Secondo Hegel “un grande uomo costringe gli altri a spiegarlo”, quindi a me il difficile compito di provare, se non a spiegare chi era – cosa complicata nel ristretto spazio di una pagina – almeno a ricordare Igor da un’angolatura sicuramente singolare e di privilegio.

In primis quella che condivido con molti altri livornesi, ovvero del tifoso che con lui ha vissuto gioie e dolori al fianco della gloriosa maglia amaranto, in un’epoca d’oro e forse irripetibile; in secundis, ma non per importanza, quella dell’amico con il quale mi sono scambiato il ruolo, essendo stato il primo stimolo della mia rinascita sportiva, di sostenitore delle imprese dell’altro.

Quel giorno in cui passeggiavamo a bordo campo durante gli allenamenti, nel lontano 2004, parlavamo della difficoltà di affrontare emotivamente certe sfide; così io gli raccontai che ero stato un pugile anche di buon livello in gioventù, e che in questo sport la vera difficoltà da affrontare era saper domare ansia e aspettative prima di una gara. Certo, il mio aspetto a quel tempo non era quello dell’atleta, come ricordò lui stesso in un’intervista: ero un ragazzo di appena 175 cm che pesava un quintale e non aveva abitudini spendibili, sportivamente parlando. Non sono stato – per capirsi, come molti sanno – continuo come l’amico “Igorone”, già al tempo campione nazionale e internazionale di lotta, per questo la mia lunga pausa aveva cancellato ogni traccia dell’atleta.

Ma a lui non interessò granché e fu così che mi disse, mentre gli raccontavo le mie cose: «E perché non ricominci? ». Gli confessai che ci stavo già pensando, così lui mi promise che se fossi tornato a gareggiare sarebbe venuto a vedermi e a sostenermi. Dire che quella è stata l’unica motivazione sarebbe troppo, ma di certo ha contribuito in maniera importante alla mia voglia di riscatto: avere il sostegno e l’incoraggiamento di Protti a bordo ring era un lusso.

Fu così che al mio ritorno sul ring, come al mio debutto da professionista, al mio fianco avevo Igor. E non fu un convenevole, perché mi seguì anche nelle prime trasferte nelle quali scalavo la classifica nazionale, con la speranza di fare quel che poi ho fatto. Mantova, Imola, Borgo San Lorenzo, Firenze... dove ci fotografammo insieme a Giovanni Parisi che al tempo mi seguiva. Io andavo dall’organizzatore e dicevo: «Mi puoi togliere una sedia a bordo ring per Protti?». Spesso mi chiedevano se scherzassi. Poi lui compariva negli spogliatoi, mi diceva le sue parole magiche e si metteva a bordo ring a tifare, spesso anche in maniera scomposta, come una volta postai sui social e gli mandai.

Questo anche perché Igor, con la sua grandissima semplicità, ha sempre saputo consigliarmi e seguirmi passo passo nella carriera, essere presente e carnale, passionale come noi labronici.

Nelle difficoltà lui e Gino Calderini – che conosceva bene e che mettevo ai bagni Lido sempre accanto a lui – erano i miei mentori. Quando vinsi il titolo italiano nel drammatico match che infiammò il Palamacchia contro l’aretino Nicchi, col quale ero dato per spacciato, Igor alla fine venne all’angolo in lacrime ad abbracciarmi, così come era sul ring quando mi consegnarono la cintura Intercontinentale con la quale per me si aprirono le porte di Las Vegas. Era sempre lì, sapeva cosa dire, senza essere invasivo. Mi chiamava nei giorni precedenti e mi dava la giusta calma, il focus, mi indicava la via.

Del resto, lo abbiamo avuto come guida in campo per anni con i suoi valori imprescindibili, ed è nei nostri ricordi più vivi di ogni anno, non solo per i tanti gol. Dopo la sconfitta di Como, insieme, curva e squadra, con lui in testa, costruimmo quel legame che ci ha portato fino alla Serie A, festeggiando il finale di quel campionato andato male con una cena che terminò in campo al Picchi, a giugno, in mutande a giocare a pallone.

Poi in mille altre occasioni il legame tra campo e spalti – di cui lui era, insieme a Cristiano, pedina fondamentale – aveva costruito qualcosa di magico, di vero. Nessun rapporto strutturato, anzi, momenti veri come tra semplici amici. Tipo nella festa della promozione in B, quando per il casino che facemmo al ristorante una delegazione dovette andare in questura per tranquillizzare tutti; e siccome si era rovesciato del vino al tavolo, lui e – se non ricordo male – Piovani entrarono in via Fiume con le camicie intinte di Chianti. Ci abbiamo riso insieme per tanti anni.

Igor era uno di noi in campo, nel bene e nel male, per questo lo difendemmo anche nella serata con lo Spezia, quando si prese la maxi squalifica: gli avevamo perfino dedicato una coreografia. Non puoi governare i sentimenti veri. I livornesi sono così, tutto o niente. L’unico neo che lo differenziava e che ho tentato – e forse ci sono riuscito – di fargli capire, era che il suo essere permaloso mal si addiceva al nostro rapporto così carnale. A Messina successe proprio questo, una scenata di gelosia che lui non capiva. Dovetti andare di persona a spiegargli queste cose, a spiegargli che per noi è normale mandarsi a quel paese oggi e abbracciarsi domani; capì, da uomo intelligente qual era.

Era un eroe contemporaneo che ha insegnato il rispetto del calcio popolare, che ha insegnato a rispettare la maglia e la città dove si gioca: questa era la filosofia che aveva impresso alla squadra. Igor ha poi dato molte lezioni di saggezza a tanti nei momenti in cui la curva era contestata da tutti per le sue idee, le stesse con cui era cresciuto grazie al padre che lo portava con la bandiera rossa in corteo.

Considerava avere certi valori, anche da tifosi, non solo un diritto, ma qualcosa di bello e necessario. In un momento particolare in cui eravamo sotto attacco per dei fatti e delle posizioni, provarono a metterlo in difficoltà per il rapporto che aveva con noi. La sua risposta fu emblematica: disse che lui aveva imparato che, prima di condannare certi fatti, pensava a riflettere sul perché fossero accaduti.

Igor era questo. Non era soltanto il bomber: il campo non basta per ricordare chi era, non assolve la sua grandezza.

*pugile e storico tifoso della Curva Nord
 

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