Il Tirreno

Livorno

L’appello

Livorno, picchiata dall’ex e licenziata: «Aiutatemi a ricominciare»

di Martina Trivigno
Una veduta aerea dell’autoparco “Il Faldo” e a destra una sorridente Veronica
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Una veduta aerea dell’autoparco “Il Faldo” e a destra una sorridente Veronica

Veronica, 40 anni: «Non sono un numero. Non mi arrendo, nella mia vita ho affrontato difficoltà enormi: chiedo aiuto a istituzioni e politica»

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LIVORNO. «Ho lottato per il mio posto di lavoro e ora l’ho perso. Mi appello alle istituzioni: non sono un numero». Oggi la voce di Veronica Paoli, 40 anni, livornese, non è più soltanto il grido di una lavoratrice esclusa da un passaggio aziendale. È la testimonianza di una donna che, dopo oltre 20 anni di lavoro e un passato segnato dalla violenza domestica, si ritrova senza occupazione, sostenuta soltanto dalla Naspi, e costretta a ricominciare da zero. Ancora una volta. È lei a chiedere al Tirreno di pubblicare il suo nome e la sua foto in modo da «non essere un nome di fantasia tra tanti» – spiega – e far sì che la sua testimonianza possa aiutare altre donne. «A denunciare prima che sia troppo tardi», evidenzia.

Dopo la mancata internalizzazione da parte di Xca, per Veronica è arrivato l’atto finale: la perdita del lavoro. Che ora pesa come un macigno, soprattutto per chi aveva fatto del suo impiego non solo una fonte di reddito, ma anche uno strumento di autonomia e riscatto. «Quel lavoro mi ha permesso di pagare un mutuo e di restare in piedi quando la mia vita privata stava crollando», racconta.

Per una ventina d’anni Veronica ha lavorato all’autoparco “Il Faldo” come dipendente di HCLog, azienda che si occupava della movimentazione delle auto per conto del vecchio committente. Uno stipendio di circa 1.300 euro al mese, poche certezze ma sufficienti per garantire dignità e indipendenza economica. Soprattutto in un momento cruciale della sua vita, quando l’uomo che avrebbe dovuto amarla ha iniziato a picchiarla. Un inferno da cui è riuscita a uscire grazie a un percorso di sostegno e denunciando chi la massacrava di botte. Un percorso doloroso, fatto di paura, coraggio e fatica.

Quando Autotrade&Logistics – società del Gruppo Koelliker – ha lasciato spazio a Xca, subentrata con l’acquisizione di un ramo d’azienda, Veronica aveva sperato che quello fosse davvero un nuovo inizio. La crisi dell’automotive, le difficoltà economiche, gli ammortizzatori sociali avevano già messo a dura prova i lavoratori del “Faldo”, ma l’idea di un rilancio sembrava possibile. Invece no

Il 31 dicembre 2025 è scaduta l’ultima proroga della cassa integrazione, per cessazione di attività, relativa agli ex movimentatori in capo alla società HCLog dopo la chiusura dell’appalto tra il nuovo proprietario Xca e la società di Milano: così, su 66 dipendenti HCLog, alla fine una decina non è stata internalizzata. Tra loro, Veronica Paoli. Nonostante un’anzianità di servizio superiore ai 20 anni, i carichi familiari, una situazione di fragilità riconosciuta (l’accesso al Codice rosso) e una storia personale che avrebbe richiesto tutela e attenzione, il suo nome non è mai comparso nella lista dei lavoratori destinati a proseguire con Xca. Poi, nelle settimane successive, per lei come per altri colleghi, è arrivata la risoluzione del rapporto di lavoro. «È come se tutto quello che ho fatto non fosse mai esistito – racconta – . Ho affrontato un percorso di uscita dalla violenza domestica che ha comportato anche permessi regolari e una presenza talvolta discontinua sul lavoro. Ma ho sempre lavorato con impegno, serietà, dedizione. Ora mi ritrovo disoccupata e con un mutuo da pagare».

Ora Veronica vive grazie alla Naspi. Un sostegno temporaneo che non basta a cancellare l’angoscia per il futuro. «Dopo una vita di lavoro onesto, trovarsi improvvisamente senza certezze è devastante. Non parlo solo per me: tra i miei ex colleghi ci sono persone con situazioni di estrema fragilità. Storie che meritavano ascolto e tutela».

Ma adesso Veronica chiede soprattutto una possibilità per ciò che verrà. «Non mi arrendo. Nella mia vita ho affrontato difficoltà enormi, spesso da sola. Ho denunciato il mio aggressore, ho trovato la forza di salvarmi, di ricominciare – sottolinea – . Ora chiedo aiuto alle istituzioni, alla politica, al tessuto produttivo di questo territorio: aiutatemi a trovare un nuovo lavoro per ricominciare una nuova vita».

Il suo appello è diretto, accorato. Non chiede pietà, ma opportunità. «Togliere il lavoro a una donna che ha subito violenza significa toglierle anche dignità e indipendenza. E questo non può essere accettabile in un Paese che dice di voler proteggere le donne e il lavoro – conclude – . Io sono una sopravvissuta e parlo anche per quelle donne che non ci sono più. Il mio grido è anche il loro. Oggi rischio di perdere tutto, ma non la mia voce. E continuerò a usarla».

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