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Livorno e la bellezza dei lavatoi di Salviano. Ma la cura dei residenti non basta

di Francesca Suggi
Livorno e la bellezza dei lavatoi di Salviano. Ma la cura dei residenti non basta

Si chiede l’intervento del Comune: “Servono lavoro strutturali: sono la nostra storia”

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LIVORNO Sei “conche”. Di marmo. Con tanto di scalino per riuscire meglio a lavare i panni del tempo che fu. Pavimentazione in cotto. Spicca il rosso, sotto alla polvere. Chiara Orrù prende la scopa e pulisce velocemente, subito il colore torna vivo. Una bellezza.

È memoria storica e racconta uno spaccato della Livorno ottocentesca quel lavatoio comunale che in qualche modo sopravvive grazie alla buona volontà di chi lì ci abita. Qui Salviano, a due passi dalla sua pieve ultramillenaria. Una strada, via della Chiesa di Salviano, appunto, dove le lancette sembrano essersi ibernate. Al tempo in cui era un borgo di campagna.

La dipendente Coop e volontaria della Misericordia è una delle residenti che ormai da anni si prende cura di quello tassello di storia che, comunque, giace dimenticato. E lei, come altri, rinnovano l’appello all’amministrazione comunale di intervenire. Di fare quei lavori di manutenzione necessari che l’antica struttura necessita. Perché non ceda al degrado.

A cominciare da quelle ferite ben visibili sul muro portante, alle infiltrazioni altrettanto evidenti. Una messa in sicurezza, insomma. «È un peccato vedere che nonostante le nostre richieste anche scritte, fatte in questi anni, nessuno sia ancora intervenuto: noi che viviamo qui teniamo tantissimo a queste vasche, rappresentano da una parte la nostra identità e raccontano un mestiere perduto, quello delle lavandaie. Ce ne prendiamo cura, le puliamo, ma non basta», continua Orrù.

Lei è tornata di casa dietro al lavatoi nel 2008 e le cannelle di ogni conca erano sempre in funzione. Poi la decisione di chiuderle. Ne è rimasta una funzionante e per i disattenti che lasciano aperto il rubinetto ci pensa il cartello fai da te dei residenti che ricorda di chiudere l’acqua.

Sono quegli abitanti, con Chiara Orrù in prima fila insieme a Rossana Falco e ad altre, a tenere pulito. E lo fanno anche per ragioni, ovvie, di igiene e sicurezza (visto che abitano lì a due passi). Hanno “addobbato” con piante, per Natale c’erano luci e decorazioni. Un modo per tenere vivo quell’angolo congelato nel tempo e valorizzarlo agli occhi di passa da quello stradello che porta alla pieve di San Martino, al cimitero bucolico lì accanto, all’asilo Lido Rossi e all’impianto sportivo di calcio.

«Tempo fa con lo scalpello mi sono messa a togliere anche il calcare che offuscava la bellezza delle vasche. È molto faticoso», va avanti lei che ha energia da vendere e butta sempre il cuore oltre l’ostacolo. Ricorda anche la presenza di un pozzo – oggi coperto, sempre appartenente alla struttura del lavatoio – dove un tempo si prendeva acqua con una carrucola. Si coglie l’occasione per rinnovare l’appello al Comune. Di fare un sopralluogo e valutare gli interventi da farsi, perché la struttura non ceda sotto il peso dell’incuria e dell’abbandono. «Chiediamo da tempo all’amministrazione comunale di mettere in sicurezza la struttura, noi facciamo quel che possiamo per mantenere una decenza, per tenere pulito, ma vista la storicità di questo lavatoio varrebbe la pena valorizzarlo».

«Quei lavatoi - sfoglia le pagine di storia l’architetto Riccardo Ciorli - sono un impianto tipico delle corti rurali ottocentesche». Anche perché la storia dei lavatoi va a braccetto con quella della vicina pieve di San Martino. Su quelle vasche, sul ricordo di generazioni di donne con ceste, sapone di marsiglia e panni da lavare sia propri che di famiglie facoltose, viene acceso un faro, puntualmente, durante la sagra del baccello di Salviano, altro momento di festa che fa comunità e richiama alle tradizioni.

Da ricordare la mostra sugli antichi lavatoi e sulle lavandaie a cura di Simonetta Balestri Gioia allestita a quello di Salviano che per l’occasione, anni fa, fece da set. Ed è proprio Balestri Gioia, oggi, a essere una delle narratrici più attente di quel mestiere. Di quei luoghi. Storia e storie protagoniste anche del suo libro “Antichi mestieri: lavandaie e lavatoi” realizzato nel 2007 da lei per la ricerca fotografica e da Gabriella Bini per i testi dove appunto vengono posti in luce l'aspetto sociale ed il ruolo della donna in tale attività.  l

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