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Livorno, l’ex bimbo motoso nell’inferno di Valencia: «Ci sono luoghi irriconoscibili»
Gioele Fiorentini, in Spagna per un tirocinio, racconta il disastro e il lavoro da volontario: «Sono al centro di raccolta a smistare cibo, acqua e donazioni destinati agli alluvionati»
LIVORNO. L’ex bimbo motoso in aiuto a Valencia. Al centro di raccolta di generi di prima necessità allestito allo storico stadio Mestalla. Per dare «un mio piccolo contributo a chi ha perso tutto, se ognuno di noi desse il proprio sarebbe un aiuto grande». Il livornese Gioele Fiorentini, coi i suoi 20 anni, la devastazione non l’ha vissuta in prima persona.
Lui, diplomatosi l’estate scorsa al Colombo di via San Gaetano, vive e lavora nel centro della città spagnola: qui l’alluvione non ha fatto danni. È comunque rimasto col fiato sospeso e gli occhi sbarrati in attesa di notizie da alcuni amici che, invece, sono stati travolti. «Io ero a casa, mi hanno inviato le foto di quello che stava succedendo sotto le loro abitazioni, una mia amica di Utiel che è a mezz’ora da dove abito io, era nel panico più totale, dalla finestra vedeva che l’acqua stava salendo e spazzando via tutto. Per due giorni non l’ho più sentita e ho temuto il peggio, ma era dovuto al fatto che c’era il black out totale anche della linea telefonica e della connessione».
L’ex studente dell’istituto Vespucci Colombo vuole fare subito qualcosa. Mettersi a disposizione. Aiutare, come può, la popolazione che è stata sommersa. «Le zone devastate si raggiungono con grande difficoltà: la metro è allagata e chiusa, i collegamenti sono impossibili e allora ho pensato di darmi da fare come volontario in uno dei vari centri di smistamento e raccolta di prodotti di prima necessità allestiti in città. Ho scelto lo stadio Mestalla. Qui arrivo in bus prendendolo alla fermata sotto casa». E così fa. Ma prima va al supermercato. Riempie un borsone di biscotti, salviette, scottex, scatolette. «Tutti generi dove non serve il frigo perché le aree colpite sono ancora al buio, senza luce né acqua».
Poi si dirige via bus al tempio del Valencia calcio, dona la sua spesa e si mette a disposizione. Per smistare le donazioni. Per dividere i prodotti diretti negli epicentri del disastro.
Lui sta dando una mano nell’area “Igiene personale” dove arrivano tutti gli articoli di questo tipo. «Io abito a Patraix e la fermata del bus per arrivare allo stadio è sotto casa, quindi mi posso spostare senza problemi: avevo chiesto anche ad altri amici di venire ma alla fine sono andato da solo».
Mani e cuore livornesi battono tra i volontari che aiutano. Fiorentini, nato e cresciuto nel quartiere della Rosa, lo fa oggi che ha 20 anni. L’ha fatto ieri, nella sua città durante l’alluvione, quando di anni ne aveva 13. «Quello che è accaduto qui a Valencia è molto più drammatico e devastante con centinaia di morti, ci sono intere aree irriconoscibili ma lo spirito che mi anima è il solito: aiutare le persone mi fa sentire meglio, io mi sento parte di una comunità che non è legata ai confini geografici, siamo tutti fratelli, tutti cittadini del mondo e la spinta alla solidarietà deve sempre prevalere».
Fiorentini racconta al Tirreno il senso di quello che sta facendo. Ha un animo grande: nascere e crescere in 3 gemelli (in famiglia sono 2 fratelli e una sorella nati per San Valentino) sicuramente amplifica questo senso del donarsi. Lui è un ex bimbo motoso. Sì, proprio uno di quei giovanissimi angeli del fango che non si è risparmiato neppure per la sua città, travolta dall’alluvione del 2017.
Con gli amici era in zona Monterotondo e Montenero a spalare fango dalle cantine, a dare sollievo a chi aveva perso casa, mezzi, speranze. E quello spirito e il senso di fratellanza tra tutti gli uomini alla Leopardi maniera sono cresciuti insieme a lui, in questi anni. La città di Livorno ne è fiera. Così il suo istituto Vespucci-Colombo tutto. Ovviamente grande orgoglio per la sua famiglia.
Fiorentini è in terra valenciana dal 4 settembre per 3 mesi per un tirocinio lavorativo “long term” all ‘interno del programma Erasmus, proprio grazie alla sua scuola di via Chiarini.
Lavora tutti i giorni fino alle 14,30 ad un negozio di abbigliamento maschile. E il pomeriggio è lì, al centro di raccolta. C’era l’altro ieri. Ieri. Oggi. «Il giorno del disastro ho ricevuto decine e decine di telefonate da Livorno, dagli amici e dalla famiglia per sapere se stavo bene». Al centro di raccolta allo stadio Mestalla regna il caos. Si impilano scatoloni di cibo, acqua, igiene personale. Qui arrivano auto e camion che trasportano questi pacchi nei luoghi devastati. «Purtroppo non posso andare direttamente a spalare come feci a Livorno proprio perché i collegamenti sono interrotti, ma do il mio contributo in un altro modo. L’importante è esserci, non voltarsi dall’altra parte, mai». A dicembre il 20enne tornerà nella sua Livorno: sicuramente riprenderà a giocare a calcio, in prima categoria. «Non mi sento un esempio da seguire, basterebbe capire che darsi una mano in ogni situazione dovrebbe essere la regola e rende il mondo migliore».
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