Il Tirreno

Livorno

Il racconto

I ricordi strazianti dell’ex primario: «Io miracolato della strage di Pola»

di Gian Ugo Berti
La pagina de "L'Arena di Pola"
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La pagina de "L'Arena di Pola"

Il professor Lucio Giuliani, ex direttore della chirurgia dell'ospedale, aveva sei anni: «Ero in spiaggia con mia cugina, i corpi dei miei zii ci ripararono dalla pioggia di sassi»

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LIVORNO. Settantotto anni fa, in un’assolata domenica d’estate, sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola in Istria, la gente come di consueto era sul mare alla ricerca d’un po’ di serenità.

La guerra era finita da mesi, ma tante cose andavano male in quel territorio per le continue manifestazioni di ostilità e violenza da parte degli uomini del dittatore jugoslavo Tito contro gli italiani. L’intento era quello di costringerli ad abbandonare l’Istria e la Dalmazia (i nostri connazionali erano da anni il più numeroso gruppo etnico nella zona).

Quel pomeriggio del 1946, radunati sul molo con le loro famiglie, i “polesi” non volevano pensarci. Troppe ne avevano passate. Il destino era, però, dietro l’angolo. Alle 14,15 del 18 agosto, si udì all’improvviso un boato tremendo, un inferno. Si seppe poi che erano esplose, sulla darsena, grandi quantità di esplosivo, ritenute innocue. Qualcuno le aveva, invece, volutamente attivate. 65 morti, più di cento feriti.

Un medico (che perse sette familiari nel disastro), il dottor Geppino Micheletti, rimase comunque in ospedale ad operare per 48 ore di fila. Quel giorno, era presente con zio e cugina, un ragazzo di sei anni, Lucio Giuliani. Nel tempo, sarà primario di Chirurgia Generale agli Spedali Riuniti di Livorno. È lui, medico conosciutissimo e apprezzato nella nostra città da chi oggi ha qualche capello bianco, che ricorda, nei minimi dettagli, la vicenda, considerandosi – racconta – un vero e proprio miracolato. Qualche metro di distanza appena ed anche lui sarebbe scomparso nello scoppio.

«Finalmente siamo arrivati al mese dedicato, da duemila anni, al Divino Augusto, il mese nel quale tutti noi, nati e cresciuti sulle scogliere del mare, ci tuffiamo felici nelle sue acque – esordisce Giuliani, ormai livornese di adozione –. Ed è stato così anche allora, in un’altra terra, in un altro mare. Il mare della mia infanzia, il mare dell’Istria».

Le bombe in spiaggia

I ricordi sono nitidi, nonostante il tempo e la giovane età che l’ex primario aveva. «Allora la guerra era finita da poco, lasciando ovunque i suoi segni: cataste di armi, munizioni, carri armati distrutti ovunque – racconta –. Anche a Vergarolla, una pineta in un tratto di costa interna della baia di Pola in cui erano da tempo accatastati diversi ordigni antisommergibile tedeschi e italiani, testate di siluri, cariche di tritolo. Il tutto era ufficialmente considerato innocuo dal Comando Inglese in quanto bombe private dei detonatori, ma non vuotate dell’esplosivo nel loro interno».

Gli ordigni erano stati controllati più volte dagli artificieri italiani e inglesi. «Con l’esperienza di una guerra terribile alle spalle, nessuno dei nostri genitori, della nostra gente, faceva molto caso a quel mucchio di bombe ammassate al bordo della scogliera, notoriamente inoffensive, tanto che c’erano sempre bambini che ci giocavano sopra a cavalcioni, o ragazze che vi si stendevano sopra i costumi da bagno ad asciugare al sole».

Solo che quel giorno, alle ore 14,15, proprio in quel giorno di festa della comunità italiana, proprio nel momento di maggior affollamento, con tanta gente che stava ancora nuotando in mare o pranzando in picnic improvvisati ai bordi della scogliera, quelle mine esplosero tutte insieme.

«Il boato dell’esplosione si udì in tutta la città – ricorda il dottor Giuliani – e a molti chilometri di distanza, mentre un enorme fungo di fumo nero si alzava in aria».

Il numero delle vittime rimarrà incerto, con 65 morti accertati e resti umani corrispondenti a circa 120 cadaveri diversi, di cui almeno un terzo bambini.

Lo zio Pompeo

Il dottor Giuliani ricorda: «Quel giorno ero stato affidato allo zio Pompeo, al mare anche lui con la zia Nerina e la piccola Adriana. Ci sistemammo lontani dalla scogliera, in alto nel bosco. Lo zio mi mise su una amaca. E su questa amaca sono sobbalzato a sedere dal tuono violento dell’esplosione guardando con gli occhi sbarrati uno spettacolo orribile, una grande fiammata rossa che superava di gran lunga in altezza i pini mediterranei circostanti, un enorme masso tondeggiante quasi in volo sulla mia testa. Un attimo dopo fui strappato dall’amaca e buttato a terra accanto alla cuginetta, coperti dai corpi degli zii che ci proteggerono dalla pioggia di sassi grossi e piccoli che cadevano da tutte le parti».

Ogni immagine, ogni attimo, 78 anni dopo è ancora, vivo negli occhi di quel bambino ora in pensione. «Stavamo attoniti, incapaci di commentare l’accaduto quando giunse dal basso una ragazza insanguinata: si limitava a ripetere piangendo “mamma mia, mamma mia”, e passò oltre».

Il medico eroe

Forse fu lì che l’ex primario degli Spedali Riuniti trovò la vocazione della sua vita, quella del medico. Dalla storia di un medico eroe che in quelle ore, a Vergarolla, salvò tante persone mentre la morte gli trafiggeva il cuore: il dottor Micheletti, un chirurgo molto esperto che al momento dell’esplosione era in casa. Corse subito in Ospedale senza sapere cosa fosse successo. Lì cominciò subito a operare i feriti più gravi, alla fine 19 in tutto, che cominciano ad arrivare con le ambulanze. «Il dottor Micheletti ben sapeva che quel giorno a Vergarolla era andata quasi tutta la sua famiglia, i due figli di 6 e 9 anni, il fratello, la cognata e due zie anziane – racconta Giuliani –. Mentre era in sala operatoria e stava operando, viene informato che fra i cadaveri della strage sono stati rinvenuti quello del figlio primogenito Carlo, del fratello Alberto e della cognata. Quando finisce di operare va in cerca del figlio piccolo, il cui corpo non sarà mai trovato, ma rinviene la bicicletta dei figli appoggiata a un pino. Il mattino successivo ritorna ad operare fino a sera. Ancora oggi un uomo onorato in Agosto, dagli esuli. Per tutti noi un Eroe del nostro tempo». 

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