Il Tirreno

Livorno

EFFETTO VENEZIA: L'INTERVISTA

Eugenio Bennato, il cantore del sud «Livorno città estrema e intrigante»

Eugenio Bennato, il cantore del sud «Livorno città estrema e intrigante»<br>

Il grande maestro della musica popolare porta il suo concerto che trasuda di mondo «Partirò da “Viva chi non conta niente”, inno per gli ultimi: io sempre dalla loro parte»

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LIVORNO.  Eugenio Bennato è il grande maestro della musica popolare italiana. E stasera sabato 3 agosto alle 22 in piazza del Luogo Pio, si esibirà con i suoi musicisti, per quella che si preannuncia una tappa speciale del suo tour “Musica del Mondo”.

Ha mai avuto rapporti con Livorno in precedenza?

«Come no. È una città che conosco, ci ho anche suonato un po’ di anni fa. Una città dalle forti caratteristiche. Sembra essere luogo del sud nella verde Toscana. Possiede un lato stimolante e intrigante: i livornesi hanno la caratteristica di appartenere a una città estrema con un porto di mare. Il pensiero, in questo senso, vola verso la mia Napoli».

Come arriva a Effetto Venezia?

«Ho incontrato Grazia Di Michele al festival di Kaulonia, un festival sulla Taranta, fondato da me. In quella circostanza è nata l’idea della mia partecipazione. Una data importante per una bella rassegna».

La kermesse si intitola “Musica dal Mondo”, il suo ultimo brano è “Musica del Mondo”, sembra fatto apposta.

«Spesso i titoli dei miei lavori diventano slogan dedicati ad avvenimenti importanti. Come ai tempi di “Che il Mediterraneo sia”. In questo caso la “Musica del mondo” accompagna i miei tour. Il senso del concerto che sto portando in queste settimane consiste nell’evidenziare l’esistenza di una comunicazione, un’affinità tra le culture popolari di popoli diversi e distantissimi. Un’affinità in contrasto con quello che la storia ci sta mostrando in questi tempi».

Cosa proporrà?

«Alcuni brani del nuovo album, in uscita il prossimo autunno: partendo da “Viva chi non conta niente”, una sorta di inno per gli ultimi, i diseredati. Mi sono sempre schierato dalla loro parte, da quando ho cominciato a fare musica, fondando la “Nuova compagnia di canto popolare”. Ci rivolgevamo a maestri di una tradizione che era trascurata e misconosciuta. Erano i cantori popolari, nascosti nelle campagne. La musica che ho scelto è questa. Non è una questione intellettuale».

Il momento più bello in carriera?

«Ce ne sono tanti. Dico il primo concerto a Buenos Aires: quando arrivai al teatro Coliseo, c’era un ragazzo che mi stava aspettando, mi venne incontro parlandomi della mia musica. Mi colpì il fatto che sapesse tutto. Capiì le mie canzoni avevano superato l’oceano ed erano arrivate in Argentina. Scrissi subito un brano per sottolineare questa straordinaria capacità che ha la musica, di sorvolare gli oceani».

La musica può essere il linguaggio giusto per la pace tra i popoli?

«Sicuramente. Le esperienze che ho vissuto a Nuova Delhi, per esempio, fanno capire che esiste la capacità di tutti i popoli del mondo di dialogare attraverso il ritmo, la musica. La ricerca della bellezza. Tutti sono accomunati nelle diversità da una musica identitaria; che si distacca da quella globale. Nelle differenti identità, c’è una voglia di incontrarsi e di confrontarsi».

Come vive questo momento di guerra?

«Non avrei mai pensato di dover assistere a queste cose. Oggi si parla dell’ Ucrainia, di un paese che subisce bombardamenti da parte di un altro paese che dovrebbe dichiararsi civile come la Russia. Invece assistiamo allo scempio dell’irrazionalità delle bombe, di situazioni terribili che pensavamo legate solo al passato. Ma non è così: il presente si chiama Gaza e Ucraina».

Qual è il rapporto tra lei e suo fratello Edoardo in chiave musicale?

«C’è una bella distinzione di campo. Edoardo da ragazzo era attratto dall’America del nord, mentre io dall’America del sud. Ci siamo sempre ammirati a vicenda, abbiamo collaborato, lui si fida di me. Il nostro accordo si basa sulla diversità dei progetti».

Chiudiamo con un gioco. Le chiedo un commento su due parole che ama: la prima è mare.

«Tanti anni fa San Francisco riflettevo sulla diversità del mondo, e laggiù volai col pensiero alla mia Napoli, pensando alle affinità che esistono tra le città di mare. E potrei applicare il discorso anche a Livorno. Hanno la capacità di possedere due volti che coesistono. Uno sguardo lanciato verso l’immensità, i vicoli del porto molto stretti, protetti e intricati. Il secondo elemento è la gente, che vive la scelta che la città di mare pone ogni giorno: partire o restare».

La seconda parola è sud.

«Il segno di una storia che ha una caratteristica. Il sud ha lottato per farsi spazio. Sono partito da Napoli verso sud, alla ricerca della musica popolare, che mi ha sempre affascinato tantissimo. Che è diventata la Taranta o il suono di una Tamurriata. Sono andato controcorrente per arrivare alle origini di una cultura vastissima. Il mio sguardo ha varcato il mediterraneo, incrociando altri sud del mondo che hanno voglia di rivalsa. Il nord ovest comanda ma il sud in qualche modo si fa spazio. La musica è uno dei tanti elementi con cui lo rivendica». l


 

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