Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Livorno, lo psicologo sui baby rapinatori: «Ecco qual è la prima domanda che devi farsi un genitore»

di Claudio Guarino
Livorno, lo psicologo sui baby rapinatori: «Ecco qual è la prima domanda che devi farsi un genitore»

Nicola Artico, direttore dell’Unità operativa Psicologia dell’Asl, dopo i fatti di Coteto: affronta il tema dei disvalori della percezione dei comportamenti

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LIVORNO. Tre minorenni si presentano a un’edicola di Coteto. Uno ha 16 anni. Due meno di 14. Uno di loro attira fuori la proprietaria. Uno fa il palo. L’altro entra nel chiosco, porta via gli spiccioli dalla cassa. Quando la donna capisce, cerca di fermare quello che si trova di fronte ma un altro la spintona e la colpisce. Poi fuggono in bici. Tre giorni fa – a distanza di alcune settimane dall’episodio – vengono identificati e segnalati alla procura della Repubblica del tribunale per i minorenni di Firenze.

Dottor Nicola Artico, direttore dell’Unità operativa Psicologia dell’Asl. Ragazzini così giovani si rendono conto di ciò che fanno?

«Rendersi conto è un’operazione meno banale di quello che sembra. Dare valore o un dis-valore a qualcosa è ancora meno banale. Le racconterò una storia vera. Diversi anni fa un ragazzo di 17 anni fece “il palo” in una rapina in banca. il Tribunale dei Minori attivò l’istituto della “messa alla prova”, ossia invece del carcere molte attività rieducative con forte valore sociale ma, non ultimo, incontri con uno psicologo clinico per “elaborare il reato”. Questo ragazzo, che aveva già fatto svariati mesi di lavoretti rieducativi quando lo vidi io, appariva solare, anche ben disposto a parlare con me. Quando iniziai il mio lavoro compresi che lui era andato a “prendere i soldi in banca” – parole testuali – a partire da una sua auto percepita storia di grande svantaggio sociale solo “perché li stanno i soldi”. Ma perché lì stessero i soldi, e cosa volesse dire in pratica, era per lui molto opaco. Dovetti lavorare non poco per rendergli chiaro il passaggio tra il sudore della fronte degli agricoltori ed il fatto che lui, stesse rubando, proprio quel sudore, quelle grandi fatiche. Eppure, su altro, mostrava invece di avere una sua morale».

Dunque non si rendono conto...

«Rendersi conto vuol dire fare una valutazione puntuale e corretta (ma astratta) sull’impatto sociale oltre che a se stessi riferito, di un proprio comportamento. Così senza scomodare per forza dei piccoli rapinatori, basta osservare quanti ragazzi minorenni guidino il motorino con il casco in testa (per evitare la multa) ma slacciato nel sottogola. Ossia come non averlo».

La parola “rischio” assume un valore diverso con l’età...

«Il rischio che corrono di morire o farsi un lesione grave ed irreversibile è alto, l’impatto socio-affettivo per i genitori sarebbe altissimo, quello socio-economico per la società pure, ma si rendono conto? E questi non sono rapinatori ma i nostri vicini di casa. In sintesi a quell’età le capacità di stimare contesti, comportamenti, esiti e responsabilità è molto bassa. Proprio per le strutture neurobiologiche ancora in formazione oltre che psicologiche. Assunto che ci sono adulti che mettono il casco nello stesso inutile modo».

Ma, oltre alla percezione, c’è anche un problema di valori...

«Diverso è il tema del fare una cosa con un dis-valore sociale. Nel 2007 in un bellissimo studio pubblicato su Nature (una delle più prestigiose riviste scientifiche del mondo) i ricercatori dimostrarono che, persino all’età di 10 mesi, i bambini avevano già un loro innato giudizio morale. Se dunque veniamo al mondo già con questa buona predisposizione innata appare evidente che, per modificarla in peggio, ci dobbiamo mettere del nostro: come famiglie, con i nostri poco sorvegliati processi educativi/scolastici/sportivi, come società nel suo complesso. Oggi per esempio deleghiamo in modo impressionante la Rete di fare da “educatore/babysitter” ai nostri figli. La Rete intendo, non esattamente Piero Angela».

Stavolta la vittima è un adulto. Spesso sono coetanei. La scelta è casuale?

«È difficile rispondere in modo preciso. Nello scegliere la vittima è molto probabile che prima facciano delle più o meno confuse valutazioni. Ma un 14enne, lo ripeto, non ragiona minimamente come un adulto. È più impulsivo, è più soggetto a farsi prendere dal “branco”. Questi, se ho ben inteso, sono scappati in bici, non mi sembra un piano diabolicamente organizzato. Solo in casi estremi e particolarmente disturbati, ci troviamo davanti a crudeltà studiate per fare del male. Nella maggioranza dei casi, che siano crudeltà verso adulti o ragazzi loro pari, sono poco valutate nell’intensità e danno reale».

Parlava di delega alla Rete del ruolo di educatore/formatore. Possibile che le famiglie abbiano perso quel ruolo centrale?

«Non si nasce “ladri di biciclette”. Educare non è parlare, educare è soprattutto testimoniare. Dare un continuo e costante esempio di come pensiamo che debbano stare le cose. Soprattutto tra gli esseri umani, tra le loro debolezze. È sia comprendere, “leggere” la mente dei nostri figli, sia immaginare come loro possono leggere la nostra. Se mentre cammino con una figlia per mano di 8 anni, vedo uscire del fumo da un appartamento di un palazzo in una città che non è la mia, ma mi fermo, suono i campanelli di quel palazzo, fino a che non mi rassicuro che è tutto a posto, a mia figlia posso non dire nulla. Ma lei vede cosa faccio e legge questo copione e si fa, inevitabilmente, un’idea molto chiara di cosa io pensi degli esseri umani, e del bisogno di proteggerli. Anche quando non sappiamo nemmeno chi siano. Ma anche se tiro dritto si farà un’idea».

Gli attori formativi però sono anche fuori dalla famiglia.

«Anche i genitori hanno avuto una loro educazione, loro esperienze più o meno belle. Per questo non possiamo certo delegare solo alle famiglie la crescita psicologica dei nostri figli. Molti altri attori sociali e naturali dovrebbero stare in gioco. La capacità di una comunità di fare un continuo rammendo sociale di tutte queste variabili, fa la differenza in un senso o in un altro. Non a caso, nei piccoli comuni, il tasso di microcriminalità minorile è più basso».

Cosa può fare un genitore dopo che un fatto del genere?

«A fatti avvenuti, la prima è mettere un piccolo faro al proprio interno, fare domande. La prima domanda, ben prima della sanzione, dovrebbe essere: “ora mi fai vedere, passo passo, come sei arrivato a pensare prima e fare poi questa cosa”. Passo passo! Non di rado si rimane stupiti. E se non si capisce questo, avremo solo reazioni cieche, inutili. Alcune famiglie, forse la maggioranza, sono in grado di farlo da sé, di confrontare i loro figli, operare una rinegoziazione affettiva ma anche regolativa (non una pacca sulla spalla) col ragazzo. Ma un altro tipo di famiglie no. Queste devono essere seguite, aiutate. Perché, per i motivi più vari, possono non essere dotate di quelle categorie interiori: affettive, cognitive, relazionali capaci di diagnosticare il problema e cercare una soluzione». 


 

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