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Cantieri aggiudicati a Livorno, la rabbia degli “sfrattati”: «Pronti a fare ricorso, ecco perché»

Cantieri aggiudicati a Livorno, la rabbia degli “sfrattati”: «Pronti a fare ricorso, ecco perché»

Dopo l’affidamento delle aree da parte di Gestione Bacini e Neri: «Abbiamo commesse in corso così vuol dire farci chiudere». Il titolare dell’azienda: «Pensano solo alle grandi barche, ma sui 20 metri noi diamo lavoro e professionalità»

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LIVORNO. «Qui si pensa solo a barche di grandi dimensioni, ma in realtà cantieri come il mio, e non solo, offrono alta professionalità su mezzi di 15-20 metri e danno occupazione anche attraverso un indotto che ha pari dignità rispetto a realtà più grosse. Ma soprattutto l’idea che scompaia un’azienda nata nell’immediato dopoguerra, all’epoca in cui era quasi nascosta fra la sabbia e le canne ai margini di quello che era il porto di allora, mi fa stare male».

Ha parole accorate, con la voce rotta in certi frangenti da un po’ di emozione, Roberto Romoli. «Siamo stati i primi in Italia a lavorare la vetro resina sin alla fine degli anni Cinquanta, con una 9 metri esposta a Milano perché ancora non era nata la fiera di Genova. Sono succeduto a mio padre, e i miei figli hanno sempre lavorato con me tenendo alto il nome di famiglia. Farò di tutto per difendere la sopravvivenza del mio cantiere».

Romoli parla dopo la notizia – riportata ieri dal Tirreno – dell’aggiudicazione da parte dell’Ati, l’associazione temporanea di imprese, formata da Gestione Bacini e Fratelli Neri, degli oltre 40 mila metri quadrati di aree portuali destinate alla cantieristica che insistono tra la Darsena Calafati e la Darsena Pisa. Concessione disposta lunedì 1 luglio con provvedimento del presidente dell’Authority Luciano Guerrieri, in conseguenza della quale dal 1 ottobre le aree oggi assegnate a Romoli (e anche ai cantieri Montano), passeranno all’Ati fino al giugno 2026. In attesa poi di un bando successivo, che interesserà anche la concessione detenuta attualmente dai cantieri Lorenzoni.

La storia di Romoli

«Serviamo anche la Guardia Costiera, riparando vedette in servizio fino all’Argentario - racconta Romoli - e siamo un vero vanto. Fummo fra i primi concessionari della Darsena Calafati, insieme a Mazzantini con cui mio padre fece società dopo aver fatto parte in precedenza della cooperativa che aveva sede dove oggi c’è Lorenzoni. Per diventare socio successivamente con il veneto Benello che divenne partner di maggioranza in strutture poi rilevate da Salvadori e dove oggi c’è Gestione Bacini; solo un muro mi divide da quell’edificio. Abbiamo una storia. Il rimorchiatore Marzocco esposto nel museo dell’Autorità Portuale porta il marchio Mazzantini e Romoli, per non dire dei gozzi del Palio che ho curato per tanti anni e la famosa Teresa di Falanga. Ma c’è tanto altro che racconta chi siamo. Piccoli sì, ma bravi, preparati e con un nome».

Gli investimenti

Un capannone di recente costruzione, altri investimenti fatti negli anni. «Sono stato il primo in città a dotarmi di travel lift - dice Romoli riferendosi a quel tipo di gru a forma di U rovesciata, utilizzata per sollevare le barche fuori dall’acqua e trasportarle intorno ai moli e costato 300 mila euro».

Lasciare queste aree sarebbe un colpo mortale per Romoli, il quale, compresi i due figli, ha quattro dipendenti e un meccanico part time più collaborazioni con altre figure che riguardano verniciatura, meccanica ed elettromeccanica. «Abbiamo commesse in atto, altre già in calendario e con alcune barche che, a quella data, non saranno comunque ancora in grado di lasciare il sito».

Un’altra complicazione per il 79enne imprenditore, è rappresentata dal fatto che in via Pisa 60/62, non c’è solo la sede dell’azienda, ma per l’anagrafe c’è pure la sua abitazione. Il paradosso insomma, di trovarsi fra non molto tempo, a guardare altri lavorare lì dove fino a poco tempo prima c’era lui. Oppure, senza più nemmeno una casa.

Il ricorso

Lontani dall’epilogo, si prospetta l’ipotesi di un secondo ricorso. Il primo era già partito a gennaio dopo aver preso conoscenza nel settembre scorso delle intenzioni manifestate dall’Autorità portuale in seguito allo studio del Rina.

Al bando, va detto, ha partecipato lo stesso Romoli guadagnando tuttavia minor punteggio sugli indici di valutazione richiesti. Indici garantiti da un consorzio con capacità economica importante, contratti in essere, maggior fatturato e un numero nettamente superiore di maestranze alle dipendenze.

Ma non si è parlato nel frattempo per Romoli di diversa ed eventuale altra destinazione (del resto, in porto, posto non ce n’è), o di un indennizzo pensando agli investimenti fatti (non è detto che chi subentra sia interessato a rilevare macchinari, ndr), mentre quel che le carte al momento dicono, è che al 30 settembre le superfici devono essere lasciate sgombre.

L’idea è quella di ricorrere al Tar e richiedere la sospensiva. Ci sono 60 giorni di tempo. Intanto l’azienda chiederà l’accesso agli atti.

Qui Montano

Anche i ben più grandi cantieri Montano ricorreranno contro l’esito del bando che li esclude dagli attuali spazi. I legali risulta si stiano muovendo per dare battaglia. Tra l’altro starebbe anche arrivando dalla Grecia un bacino galleggiante e nei mesi scorsi sarebbe stato previsto anche un piano di investimento per 5 milioni sulle proprie aree che si sviluppano su 8 mila metri quadri, di cui 3 mila ad officine e magazzini coperti e 300 metri di banchina. l

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