Gioco
Tarabaralla, il teatro della vita: così l’ultimo Mayor ci salverà
Il nuovo spettacolo della compagnia inclusiva del regista filosofo
LIVORNO. Una cosa va detta, subito. L’ultimo spettacolo dei Mayor Von Frinzius ha un potere particolare, che non si trova in nessuno dei precedenti. Ti porta al limite, ti fa camminare sull’orlo del precipizio, in precario equilibrio. Per quasi due ore. E quando ti convince che la caduta sarà ormai inevitabile, arriva una mano forte e ti salva. Non è ancora l’ora insomma. La strada non si interrompe, la luce è più intensa delle ombre. L’energia del motore è più viva che mai. Il tempo passa, certo, per tutti. Anche per il professor Lamberto Giannini, filosofo; uno che col tempo ci fa i conti tutti i giorni. Ci combatte. Viene sovente messo all’angolo. Poi arrivano loro, i Mayor, l’esercito del bene, i cavalieri senza macchia e senza paura: e lo proteggono. Perché lui è il loro condottiero, l’uomo che ha saputo creare un sodalizio magico, e finalmente se ne è reso conto. “Tarabaralla – ci vuole coraggio a lasciarsi”, scorre via che è una meraviglia.
E quello che colpisce è la precisione, la mancanza di sbavature, tipiche del teatro: ognuno conosce alla perfezione quel che deve fare, anzi lo vive. Non recita. Forse in questa circostanza chiamare le ragazze e i ragazzi attori è sbagliato. Loro vivono il viaggio sul palcoscenico, e si divertono come non mai. Come sempre nel tragitto c’è di tutto: il sole, la follia, la morte. Le gag con personaggi da antologia come Italo Balbo, l’aviatore; le giacchette nere che incitano a discriminare i disabili, e il divertente fischiatore (a pagamento) . Per la prima volta vengono svelati anche i segreti dei Mayor, i dietro le quinte. Con l’applauso che accoglie l’ingresso in scena di una delle stelle più luminose della combriccola, Federico Parlanti, in perenne contrasto con la napoletanità.
Poi i pensieri notturni, con le palpebre che non si chiudono. La potenza dell’amore: «Abbiamo bisogno di rendere divino qualcuno, per poter dare energia alle azioni della vita. Per entrare in contatto con la poesia e diventare meravigliosamente fragili. E per maledire la fragilità». C’è anche del genio, come l’”elogio della defecazione” che tocca la sua punta più alta nel “quando cao, non ti cao”. Il ritmo si mantiene costante, impressionante. Non ci sono pause. Una bara trasportata sottopalco, il tema del femminicidio, con la toccante confessione di una vittima alla madre. Il vortice emozionale prosegue col ricordo di Ayse, la ragazza turca col cappuccio rosso che lottava contro l’Isis. L’ironia severa, che stupisce, la parolaccia che non indigna. Balli sfrenati. E c’è sempre un pensiero, seppur sottotraccia, all’amaranto, colore del cuore di Giannini. Si parla di un immaginario e affascinante Pretoria-Livorno 1-0. E nei ringraziamenti si cita “Ze Rodolpho, per chi se lo ricorda”. Chicche, indubbiamente. Alla fine l’ovazione infinita del Goldoni esaurito: sul palcoscenico salgono, oltre a Giannini e alle sue collaboratrici Rachele Casali e Silvia Angiolini anche il sindaco Luca Salvetti, il main sponsor Castagneto Banca 1910 nella persona di Angelo Scuri, e l’attore Paolo Ruffini, grande amico e sostenitore della compagnia. «Uno spettacolo che è venuto da solo, in quanto avevo preso una decisione sincera, pur stando male, avevo la sensazione che il percorso si fosse compiuto – commenta il regista-. Lo scorso anno è stato durissimo, quindi avevo pensato che fosse finita la mia esperienza coi Mayor. Poi la leggerezza con la quale è uscito questo Tarabaralla, il gruppo che pur rinnovandosi ha mantenuto una sua stabilità, mi hanno spinto a livello emotivo a ripensare. Chiaro che dopo aver annunciato l’ultimo ballo, in quel modo, tornare indietro non è stato facile. Ma noi siamo per definizione incoerenti, e il suicidio, lo rimando ancora; a quando non ce la faremo più».
Dunque nessun addio, anzi il rilancio. «Viviamo una contraddizione: desideriamo che questa esperienza continui, allo stesso tempo sappiamo che se diventa un’abitudine, perde valore. Dunque avanti tutta, fino a che la città ce lo permetterà. Ma ogni volta dovrà essere vissuta come se fosse l’ultima. Da ora in poi sarà così, perché tutto può finire, in un batter d’occhi. Quindi dobbiamo godere le cose che abbiamo, senza darle per scontate».
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