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Livorno, addio alla pm Fiorenza Marrara: magistrato dalla parte dei deboli

di Federico Lazzotti
Livorno, addio alla pm Fiorenza Marrara: magistrato dalla parte dei deboli

Se n’è andata a 56 anni dopo una lunga malattia. È stata pubblico ministero alla Procura di Livorno fino al 2020

16 aprile 2024
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LIVORNO. Fiorenza si è spenta. Lei che era sempre in movimento, con quel fisico minuto, scattante, le dita affusolate, nervose, che correvano sul codice penale quando cercava un articolo da consultare. La sua cifra erano i gesti veloci sui fascicoli da chiudere e quei pensieri, adesso schematici e un attimo dopo profondissimi: sulla vita, sull’esistenza, sui sogni e le paure. Lei che faceva tre cose insieme: ascoltava, pensava, progettava. Lei che non si dava mai per vinta in un’indagine, a volte rinunciando anche a intere notti di sonno.

Se n’è andata Fiorenza Marrara, aveva 56 anni, li aveva compiuti a febbraio. La giustizia ha perso una brava magistrato, appassionata e preparata. Molti, con i pensieri sottosopra, devono dire addio a un’amica, una collega, una persona che non si dimentica.

Alla procura di Livorno era arrivata nel 2009 da Lucca dove ha lasciato bei ricordi e molti amici. Ma è in via Falcone e Borsellino che è diventata grande, adulta, non solo professionalmente. Tante inchieste, molte delle quali delicatissime: il delitto di Piombino, il cold case di Casagiustri del 1991, tra Cecina e Montescudaio, i casi di malasanità, l’aereo precipitato, le violenze sulle donne. L’ultima indagine che ha cominciato prima di dare l’addio alla magistratura nel 2020, dopo un lungo periodo di congedo, è stata quella dell’esplosione all’interno della Costieri Neri.

Se c’è un filo conduttore nel suo lavoro è quello di essere sempre stata dalla parte dei più deboli, degli oppressi. Sempre dalla parte della giustizia, alla ricerca della verità.

Il suo storico ufficio era l’unico fuori dal corridoio dei magistrati: aveva due ingressi, ma uno era sempre chiuso. Ecco perché per parlarci dovevi passare dal cancelliere, Marco Orsini, oggi in pensione. «Vuoi la dottoressa? Aspetta che la avviso». A quel punto cominciava un’anticamera che poteva durare un minuto oppure mezz’ora. Poi quando la porta si apriva iniziava una lunga trattativa: vecchie e nuove inchieste, udienze, sentenze. Ma non solo. Perché tra una bancarotta e una falso incidente c’era anche il tempo di parlare di altre cose: gli amatissimi nipoti, l’ultima gita fuori porta, cosa si può scrivere e cosa no. «Vorrei evitare che ti querelino, quindi occhio a cosa scrivi», ripeteva. E poi quelle piante che appena la vedevano entrare diventavano più verdi, più belle, più luminose. «Sono la mia passione», diceva.

Quando è arrivata la malattia, sono arrivati i dolori. Prima lontani nel tempo, poi sempre più frequenti. Sono arrivate mille visite e tante diagnosi diverse. La voglia di capire e la fatica di lottare. È arrivato anche il trasferimento in un ufficio più grande, come capita quando non sei più l’ultima arrivata. Ma è stato un trasloco breve al quale solo le piante sono riuscite ad adattarsi. L’addio alla magistratura è arrivato un anno dopo l’ultima udienza. Sono passati quattro anni, un lungo addio di chi ha provato a non arrendersi fino alla fine. Prima di lasciarsi andare. E lasciarci così. Solo con i ricordi.


 

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