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«Picchiò e tentò di strangolare la ex»: condannato un livornese di 45 anni
L’uomo è anche accusato di averla segregata in casa «minacciandola e denigrandola». Nell’ultima udienza ai giudici ha ammesso di lavorare al nero col reddito di cittadinanza
LIVORNO. È stato condannato a quattro anni e otto mesi di reclusione per aver picchiato l’ex fidanzata, in un caso colpendola con il casco della moto fra la testa e le spalle, e nell’ambito dello stesso procedimento penale potrebbe essere indagato anche per truffa ai danni dello Stato perché, nel corso della sua deposizione, ha ammesso di aver lavorato al nero mentre percepiva il reddito di cittadinanza. Questa la pena (e i provvedimenti annessi) decisa dal collegio del tribunale, presieduto dal giudice Luciano Costantini, per un quarantacinquenne livornese che, stando alla ricostruzione della vittima – che Il Tirreno non rende identificabile in quanto presunta vittima delle sue violenze – avrebbe anche segregata in casa l’ex coniuge, minacciandola e denigrandola più volte nel corso della drammatica convivenza.
Fra gli episodi contestati anche un tentativo di strangolamento fra le mura domestica, con il fratello del condannato che le ha salvato la vita.
Le accuse
Nei mesi scorsi, siccome l’uomo si sarebbe presentato sotto casa dell’ex per incontrarla, è stato trasferito dai carabinieri nel carcere delle Sughere in regime di custodia cautelare. La coppia ha iniziato a convivere quattro anni fa, ma le violenze – stando al racconto della donna – sarebbero cominciate già un anno dopo l’inizio della relazione. Stando all’ipotesi accusatoria il quarantacinquenne avrebbe «ingiuriato e denigrato l’ex compagna in più occasioni con epiteti offensivi e impedendole di uscire di casa senza di lui, come anche di frequentare amici e parenti, pure la madre». Inoltre, sempre secondo la tesi della procura, avrebbe «minacciato di uccidere la donna, picchiandola in almeno tre occasioni». E in un caso il quarantacinquenne avrebbe pure insultato la suocera.
Per lui, la procura, aveva chiesto tre anni e mezzo di reclusione, ma il tribunale l’ha aumentata.
Le testimonianze
Durante il processo ha parlato anche il fratello dell’imputato, dietro un separè per garantire un’audizione protetta, il quale ha ricostruito le violenze che sarebbero avvenute nell’appartamento.
Mentre un vicino di casa, al collegio presieduto dal giudice Luciano Costantini e con a latere Andrea Guarini e Roberta Vicari, ha raccontato di aver notato delle macchie di sangue sulle scale in conseguenza dei litigi. «Il fidanzato non le dava il permesso di uscire di casa e lei gli ubbidiva sempre, presumo per paura di ritorsioni. Con me è uscita solo una volta, perché doveva andare a fare la lavatrice alla lavanderia automatica e quindi aveva il suo benestare. Lei mi ha raccontato che in due occasioni lui le aveva messo le mani addosso e alla seconda l’ha salvata il fratello di lui, mettendola in un angolo, altrimenti sarebbe finita male. Se ho mai assistito a litigi? Non violenti, mi ricordo che una sera l’apostrofò con termini volgari», le parole di una testimone. «Quando aveva iniziato questa convivenza – le parole in questo caso di un’amica d’infanzia della donna – la vedevo poco, proprio perché il suo fidanzato non la faceva uscire di casa, così almeno lei mi diceva. Lui l’ho conosciuto una volta in piazza Cavour e non ci lasciò sole nemmeno un attimo per prendere un caffè al bar, un atteggiamento che ovviamente mi ha infastidita non poco. Sporadicamente la incontravo a casa di sua madre, quando aveva il permesso di andarci, mi diceva lei di trovarsi lì. In un’occasione ricordo di essere andata a trovarla dove abitava, quando il suo compagno sotto effetto dell’alcol ha inveito contro di lei, prendendo a pugni sul muso pure i suoi pitbull. Una scena raccapricciante, tanto che sono riuscita a portarla via di casa, accompagnandola dalla madre e dormendo con lei per farla restare tranquilla».
Parte civile soddisfatta
«Una condanna penale non è mai un fatto di cui essere contenti, nei confronti di chiunque sia emessa. Ma la mia assistita ci tiene ad esprimere la propria soddisfazione perché è stata accertata la verità dei fatti denunciati e la sofferenza che ha dovuto subire», spiega al Tirreno l’avvocata della donna, Marianna Deias.
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