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Scuola e legalità

A Livorno Tina Montinaro tra gli studenti: «Abbiamo vinto noi, non la mafia. Ragazzi: denunciate le ingiustizie»

di Luca Balestri
A Livorno Tina Montinaro tra gli studenti: «Abbiamo vinto noi, non la mafia. Ragazzi: denunciate le ingiustizie»

La vedova del caposcorta del giudice Falcone incontra gli alunni, racconta di suo marito Antonio, parla di come sono cambiati i mafiosi ed esorta: "Sono dentro i poteri foprtin, per questo dobbiamno continuare a lottare"

09 febbraio 2024
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LIVORNO «Non si può dire che oggi non sia cambiato niente rispetto a trentadue anni fa. La società civile sicuramente è migliorata, è più sensibile rispetto al tema della mafia: se oggi siamo qua per ricordare i nostri morti è proprio perché non ci hanno fatto niente. Non hanno vinto i mafiosi, abbiamo vinto noi». Inizia a raccontare 30 di impegno civile, di testimonianza contro la criminalità organizzata Tina Montinaro, vedova di Antonio Montinaro. E lo fa tra gli applausi e la partecipazione degli studenti della scuola primaria Campana dell’istituto comprensivo Micheli Bolognesi.

Suo marito da caposcorta di Giovanni Falcone ha perso la vita nella strage di Capaci, insieme al magistrato, a Francesca Morvillo, moglie di Falcone e anch’essa magistrata, e agli altri agenti della scorta Rocco Dicillo e Vito Schifani. E lei davanti agli alunni parla del suo Antonio. Davanti ad un'accoglienza molto partecipata e calorosa fatta di cartelloni contro la mafia, musica con la versione de “I cento passi” cantata dai bambini, la canzone dei Modena City Ramblers dedicata a Peppino Impastato, ucciso per mano mafiosa il 9 maggio 1978.

Gli alunni delle Campana con in mano il suo ultimo libro “Non ci avete fatto niente”, edito da DeAgostini, e dedicato ai giovanissimi. Una storia davanti alla quale le classi 4ªa, 4ªb, 5ªa e 5ªb non si sono fatte trovare impreparate. «Sono contentissima di essere qui con voi, perché mi date forza e coraggio», si presenta ai bambini la testimone di mafia. Racconta il suo incontro con quello che diventerà suo marito, Antonio, nel 1986 «era un bellissimo giovanotto, era orgoglioso di fare la scorta a Falcone, l’uomo più a rischio d’Italia. Era così legato al suo magistrato che nel 1990 il nostro secondo figlio lo chiamammo Giovanni. Mio marito aveva un grande cuore, e solo chi ha una grande cuore può prendersi cura degli altri». Presenti all'iniziativa anche la questore Giuseppina Stellino,  il sindaco Luca Salvetti, la vice Libera Camici e la dirigente del comprensivo Cecilia Semplici.

Montinaro, la mafia di oggi si è evoluta rispetto a quella del 1992?

«Prima ci si immaginava il siciliano con la coppola in testa, ma la mafia si è sviluppata. Oggi i mafiosi studiano nelle migliori scuole e università d’Italia, e stanno dentro il potere. Quello che ha fatto Giovanni Brusca non è più pensabile. Con un dito oggi i mafiosi non schiacciano un telecomando, si passano milioni di euro».

Ci sono oggi connivenze con i poteri forti?

«Sono dappertutto: nel settore finanziario, in quello politico, nella magistratura. E proprio perché c’è ancora questa resistenza dobbiamo continuare a lottare, dobbiamo essere sempre vigili».

È stata fatta piena luce rispetto alla strage di Capaci?

«Sono passati quasi 32 anni: conosciamo i mandanti ma non sappiamo ancora tutte le motivazioni. La mia generazione in parte ha sbagliato sulla mafia».

Si riferisce all’omertà?

«I giovani devono puntare ad essere migliori dei loro genitori. Anche nei comportamenti di tutti i giorni. La mafia nasce dalle piccole cose: dal chiedere raccomandazioni, per esempio. Ma anche dal non denunciare le ingiustizie. L’indifferenza rende complici».

Cosa prova quando parla davanti ai bambini?

«È una grande emozione: è la loro curiosità che mi alimenta. Poi i bambini mi ricordano mio nipote di 5 anni, che si chiama come mio marito, Antonio. Mio figlio gli sta già iniziando a parlare del nonno, a sensibilizzarlo sul tema della mafia. Sarà contento di portare un cognome importante e non pesante: pesante è il cognome dei mafiosi».

C’è chi vorrebbe abolire il regime carcerario 41 bis. Cosa ne pensa?

«Chi mette in discussione questo regime non è mai stato colpito dalla mafia. Quando si parla delle carceri si pensa sempre ai mafiosi, al 41 bis. Iniziamo a incontrare chi realmente soffre dei disagi nelle carceri. Chi è davvero al 41 bis siamo noi che viviamo la condizione di aver perso qualcuno per la mafia, e che non abbiamo a avuto giustizia».

Si è mai pentita della scelta di esporsi così tanto?

«Non cambierei neanche una virgola. Quando vado nelle scuole di polizia mi capita di trovare dei ragazzi che mi avevano già ascoltato che sono lì perché ispirati dalla storia che racconto. Se avessi l’opportunità di rivedere mio marito gli direi grazie».


 

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