Il Tirreno

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Livorno, il fratello morì per un infarto a 34 anni: lui fa installare 19 defibrillatori

di Claudia Guarino
Giuseppe Chericoni mostra uno dei defibrillatori comprati grazie alle raccolte fondi
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Giuseppe Chericoni mostra uno dei defibrillatori comprati grazie alle raccolte fondi

Giuseppe Chericoni ha creato varie raccolte fondi: «Così ricordo Marco»

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LIVORNO. Era alla gabbionata quando si è sentito male, accasciandosi al suolo senza riprendersi più. Marco Chericoni è morto così, a 34 anni, per un malore cardiaco improvviso. Correva l’anno 1989 e da allora il fratello bussa alle porte di imprese e privati raccogliendo fondi per acquistare defibrillatori e rendere, così facendo, Livorno città cardioprotetta. E suo figlio, di recente, ha elaborato una mappa sul web in cui è indicata la posizione di ciascun apparecchio. «Sono 19 – racconta Giuseppe Chericoni –. È un modo per mantenere vivo il ricordo di mio fratello aiutando le persone. Perché con l’installazione dei nuovi defibrillatori in tanti hanno partecipato ai corsi per utilizzarli e più persone sono formate meglio è per tutti». E non ha certo intenzione di fermarsi adesso, a 34 anni da quel maledetto giorno.

Quel maledetto 1989

Marco Chericoni è morto dopo una gabbionata. È stato il cuore. Pochi mesi prima nello stesso modo se n’era andato il padre, qualche anno dopo la madre. Sempre il cuore. Giuseppe Chericoni, il fratello di Marco, oggi ha sessant’anni e quella tragedia lo ha segnato profondamente. Fu come la morte di Piermario Morosini, il calciatore del Livorno fulminato nel 2012 in campo da un malore al cuore. Racconta sempre Giuseppe Chericoni che quell’episodio gli ha fatto scattare la molla convincendolo a mobilitarsi per far sì che ogni impianto sportivo della sua città, ma anche ambienti e locali pubblici più in generale, fossero dotati di un defibrillatore. Raccogliendo fondi è riuscito a donare 23 defibrillatori ai livornesi. Oggi ne sono rimasti funzionanti 19, tutti posizionati su un’apposita cartina di Google Maps grazie alla predisposizione che Luca, figlio di Giuseppe, ha per la tecnologia.

«Prima il lungomare»

«La prima idea era la cardioprotezione del percorso running sul lungomare», racconta Chericoni. Ed è dunque qui che furono installati i primi defibrillatori acquistati grazie alle donazioni. «Poi presi in considerazione le palestre, perché prima non c’era l’obbligo del dae per loro, e locali in centro. Ma anche luoghi ad alta frequentazione, come per esempio la Villa Fabbricotti».

Le raccolte fondi

E così, pian piano, la mappa degli apparecchi semiautomatici si è allargata. «Ho cominciato a fare raccolte fondi attraverso aziende e società e così riuscivo a comprare i defibrillatori. Tramite l’Svs, poi, venivano organizzate delle giornate a tema durante le quali i volontari spiegavano come usarli. Come ho detto, iniziammo dal lungomare, poi la cosa si è allargata e la gente si è appassionata» cominciando a partecipare a donazioni e corsi di formazione mirati all’utilizzo del dae semiautomatico. E le donazioni non servono solo per i dae ma anche, per esempio, «con la giostra inclusiva o per aiutare il gruppo Filippide (l’ambito di attività è la pratica sportiva per persone con disabilità che a Livorno si declina anche in corse, sul mare e non, ndr) insieme a RicoRunnig (il negozio di scarpe in via Magenta, ndr) che fa la sua parte. E tutte le spese derivanti da donazioni sono rendicontate. Con il Covid il meccanismo della ricerca porta a porta delle donazioni si è un po’ bloccato, ma sto riprendendo». E anche qualcos’altro sta bollendo in pentola.

«Rivedo mio fratello»

«Tempo fa – spiega Giuseppe Chericoni – avevo fatto fare un progetto per rendere Villa Fabbricotti un parco inclusivo con aree a tema per disabili. Diversi anni fa, peraltro, insieme a un’amica avevo parlato con personale del Comune (era l’epoca di Nogarin sindaco, ndr) e avevamo esposto il progetto al chioschino nel parco della Villa. Poi però emerse che servivano davvero tanti soldi e non se ne fece di niente. Sarebbe bello poter riprendere in mano quel progetto». Nel nome di Marco, com’è sempre stato. Del resto «ogni nuovo defibrillatore acquistato e posizionato in città con le donazioni è un ricordo di mio fratello».

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