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Livorno, il pilota Andrea Aghini dopo l’agguato: «Ho reagito e mi hanno pestato, non volevo facessero del male a mia madre» – Video
In ospedale per sei giorni dopo essere stato preso a calci e pugni ora è stato dimesso: «Ho agito d’istinto e mi sono difeso dal primo bandito, ma sono finito ko contro gli altri tre»
LIVORNO. È sera e nella villetta circondata da campi e prati il silenzio è interrotto solo da qualche auto. E dalle voci che provengono, di tanto in tanto, dall’impiegata che sta tenendo delle lezioni ai corsisti della vicina autoscuola.
Poi, all’improvviso, un fruscio. Tutto succede in pochi minuti. L’agguato a calci e pugni, la reazione. Il placcaggio, le grida e il tentativo di zittire la vittima con uno straccio alla bocca. Poi, il tappeto in testa e la fuga con la refurtiva dopo aver distrutto il sistema di videosorveglianza. Non è la prima volta che il sessantenne ex pilota di rally Andrea Aghini subisce una rapina o qualcosa di simile. Una volta a Camaiore gli avevano sfilato l’orologio dal polso, ma niente è paragonabile a ciò che ha vissuto il 26 gennaio, quando in quattro l’hanno picchiato in casa sua: una villetta al confine tra Collesalvetti e Fauglia, tra il Livornese e il Pisano. È stato dimesso dall’ospedale, Aghini, ed è tornato a casa. In quella stessa casa dove un gruppo di persone con passamontagna, guanti e abiti scuri l’hanno derubato spaccandogli setto nasale e costole.
Aghini, adesso è a casa dopo il ricovero a Cisanello, come sta?
«Un po’ meglio, ma ancora dolorante. Ho i postumi di quello che è accaduto e devo stare a riposto. L’ematoma alla testa mi crea un po’ di labirintite, oltre ai problemi all’occhio e alla mandibola. Ieri (venerdì, ndr), per esempio, facevo fatica a stare seduto sul letto o in piedi. Poi ho il naso fratturato e due costole rotte. Ho passato giorni migliori, ma tengo duro».
E psicologicamente come si sente?
«È maggiore il dolore fisico di quello mentale. La penso così. Forse per carattere, per il lavoro che faccio o perché qualche vicissitudine, nella vita l’ho passata. Passerà anche questa».
Lei è stato tre giorni a Cisanello, è bello ritornare a casa?
«Ritornare a casa è sempre molto piacevole, anche perché, quando si è ricoverati, si respira un’altra aria. Però nel nido di casa, che una persona si costruisce negli anni, normalmente ci si sente protetti. Invece purtroppo in cinque minuti è svanito tutto. Pensi di essere al sicuro a casa tua e invece ti ritrovi in balia degli eventi accorgendoti di non poter fare niente. Anche se, devo dire, ho reagito prendendo anche io alla sprovvista loro».
Facciamo un passo indietro. Sono circa le 21, 15 di venerdì 26 gennaio e lei è all’esterno quando viene aggredito, ma ha detto fin da subito di aver reagito.
«Sì, ero in quello spiazzo – indica una parte di pavimentazione all’apice di una rampa di scale –. E stavo andando da mia mamma, che ha 92 anni, per metterla a letto. Ho visto il primo malvivente, ho reagito e l’ho abbattuto. Ho agito subito d’istinto pensando a difendermi. Però poi ne sono usciti altri tre e non ho potuto più fare nulla. Ho preso solo delle gran botte: pedate, calci, pugni».
Un combattente, insomma, nel giardino di casa così come al volante dell’auto da rally. Poi cos’è successo?
«Poi mi hanno preso e portato in casa con un tappeto intorno alla testa per non farmi vedere. Prima avevano anche tentato di mettermi uno straccio in bocca per non farmi urlare. Ma, anche in quel momento, non ho mollato. Mi sono divincolato e ho gridato. Le persone che erano nell’autoscuola qui a fianco hanno sentito e sono venuti di corsa a suonare al campanello. In quel momento i banditi si sono sentiti braccati e sono scappati portando via un po’ di preziosi che avevo nella cassaforte e il decoder con le registrazioni delle telecamere. Ho provato anche a rincorrerne uno».
Possibile che, come ha detto il giorno dopo la rapina, non abbia avuto paura?
«Sul momento no. Quello che mi preoccupava era principalmente il non far arrivare i ladri da mia madre. Poi, certo, a ripensarci a mente fredda...».
A sua madre ha raccontato cosa le è capitato?
«No, ha 92 anni e non volevo farla preoccupare. L’ho tenuta lontana da giornali e telegiornali. Poi non so se l’ha capito. Magari l’ha capito e non lo dice».
Secondo lei è stato un assalto mirato ad Aghini o cercavano solo di fare cassa?
«Non so se cercassero me, ma quando sono uscito erano già fuori e non credo che si aspettassero di trovarmi lì».
Loro hanno fatto una “sorpresa” a lei e lei ha fatto una “sorpresa” a loro, insomma.
«Sì, però loro erano in quattro».
Alla fine sono fuggiti, seppur dopo averla picchiata.
«E meno male che quelli dell’autoscuola hanno suonato al campanello».
Le era mai capitata una cosa del genere?
«A Camaiore due persone mi aspettarono fuori da un locale e mi levarono l’orologio dal polso. Ma fu parecchio più indolore».
E questa volta che cosa le hanno rubato?
«Mi hanno fatto indicare dove tenevo la cassaforte e hanno preso tre orologi dal valore complessivo di circa 100mila euro. Poi hanno preso il decoder e l’hard disk collegati alle telecamere di videosorveglianza».
I suoi sono orologi che fanno particolarmente gola?
«Evidentemente. Non è che mi faccio picchiare per l’assicurazione. Direi che mi sarebbe convenuto venderli, quegli orologi».
Lei, Aghini, è stato un campione di rally ed è un mito del settore. Rapina a parte, adesso che cosa fa?
«Lavoro per il Gruppo Stellantis e sono istruttore per Ferrari, Maserati e Alfa Romeo».
Adesso abita qui in pianta stabile?
«Prima andavo e venivo dall’estero. Ricomincerò, ma adesso è un po’ che sono qui, ho una cosa da fare».
Cioè?
«Aprire un agriturismo. Cioè, lo gestirà mia figlia, che si è laureata in economia e turismo. Avevamo deciso che se lei si fosse laureata io l’avrei aiutata con l’agriturismo. E così è stato».
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