Il Tirreno

Livorno

Tribunale

Delitto di Colline, per Leonardo Banti una nuova perizia psichiatrica

di Stefano Taglione
Leonardo Banti in tribunale (foto Daniele Stefanini/Agenzia Silvi)
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Leonardo Banti in tribunale (foto Daniele Stefanini/Agenzia Silvi)

Le opposte vedute dei consulenti del giudice per le indagini preliminari e della difesa sul fatto che l’uomo fosse in grado di intendere e di volere quando ha ucciso il padre

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LIVORNO. Una nuova perizia psichiatrica su Leonardo Banti, il ventiquattrenne che nella notte fra il 2 e il 3 febbraio di un anno fa ha ucciso con una coltellata il padre Fabrizio, ex socio della Baracchina bianca e in passato vicepresidente del circolo “Off Side” di Ospedaletto, a Pisa. Lo ha deciso ieri la corte d’assise del tribunale, con il presidente Luciano Costantini, dopo aver ascoltato i due psichiatri che nei mesi scorsi avevano visitato il giovane, facendo slittare la sentenza. I sanitari sono giunti a due conclusioni opposte sull’eventuale capacità di intendere e di volere del ragazzo al momento del parricidio. Il giovane, dopo il delitto, era uscito dal suo appartamento di via Paganini, nel quartiere di Colline, dove aveva tentato il suicidio tagliandosi i polsi e i tendini con la stessa arma bianca. A salvarlo i carabinieri nel parco pubblico accanto all’Esselunga, con un collega che al cellulare lo ha dissuaso dal gesto estremo. Nel corso delle indagini preliminari, al pubblico ministero Niccolò Volpe (ieri in aula c’era la collega Ezia Mancusi ndr), Banti aveva raccontato di essere stato vessato dal padre, che lo insultava anche dicendogli «Sei un ciccione». Umiliandolo, a suo avviso.

L’accusa

Secondo il professor Rolando Paterniti – il direttore dell’unità operativa di psichiatria forense dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Careggi, incaricato per la perizia dal giudice per le indagini preliminari – Banti sarebbe stato sì affetto da un disturbo schizoide della personalità, ma non avrebbe avuto alcun vizio di mente al momento del delitto e avrebbe agito per rabbia, spaventato dalla prospettiva di non avere più un tetto sotto il quale vivere, dato che la madre, che nel frattempo si era separata dalla vittima, in quelle settimane non era in grado di accoglierlo nella sua abitazione. Paterniti, ai giudici, ha parlato di una riduzione della capacità mentale del 30%.

La difesa

Il consulente nominato dall’avvocata della difesa Barbara Luceri, il dottor Enrico Malotti, ritiene invece che al momento dell’omicidio «fosse grandemente scemata la capacità di intendere e di volere» del ventiquattrenne. «Quest’alterazione – le sue parole in aula, incalzato dal giudice Costantini che gli ha chiesto dettagli e delucidazioni sulla sua perizia – aveva compromesso le interazioni sociali del soggetto in più aree, come la scuola, il lavoro, il tempo libero e la famiglia. Il tipo di reato commesso, inoltre, consente di stabilire un’accentuazione che non arriva a giustificare la totale compromissione della capacità di intendere e di volere, ma ci si avvicina». Il presidente della corte d’assise ha insistito molto sul fatto che solo i disturbi di personalità consistenti, gravi e intensi – secondo la Corte di Cassazione – incidono sulla capacità di intendere e di volere di imputato. «L’alterazione funzionale di Banti – le parole di Malotti – non sta nel non essere in grado di elaborare il progetto di omicidio-suicidio (quest’ultimo fallito ndr), ma nel perché dopo un evento di questo tipo scatta un comportamento che rappresenta, pur nella sua concretezza, un’espressione della sofferenza che non gli consente di gestire diversamente le cose, nella quale l’aspetto emotivo e passionale viene assorbito. La sua libertà di agire è stata compromessa dalla condizione psicologica di partenza, aggravata da questa specifica circostanza. C’è una distorsione sul piano cognitivo, una sua reazione che è spropositata». l


 

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