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Uccisa dall'ecstasy all’ex Jaiss, i genitori: «Siamo morti con Erika e gli amici sono fuggiti quando stava male»
Livorno, la rabbia di Daniele Lucchesi e Barbara Bernardoni: «È stata solo accompagnata sui divanetti. Nessuna pena, neanche l’ergastolo, potrà darci giustizia per questa tragedia»
LIVORNO. «Nessun risarcimento ci restituirà mai nostra figlia, perché noi quella notte siamo morti con lei. La riduzione della pena da tre a due anni per Matteo Nerbi (ritenuto responsabile della morte della ragazza, ndr) ci addolora, perché quantomeno ci saremmo aspettati la conferma dei tre anni di reclusione, che già a nostro avviso sono miseri, perché parliamo di una ragazza che è morta. Ma c’è un aspetto, di quella notte, che ci fa ancora più male: l’indifferenza. Nessuno ha chiamato i soccorsi, nemmeno le amiche: nostra figlia poteva essere salvata e nessuno deve più morire come è morta lei. Quando i volontari dell’ambulanza sono arrivati sul posto e hanno chiesto come si chiamasse, nessuno ha detto niente. “Ma, forse, Erika”. Forse, se mentre aveva la crisi epilettica qualcuno l’avesse chiamata per nome, oggi nostra figlia sarebbe ancora con noi».
A parlare, distrutti dal dolore dopo quattro anni senza la loro bambina, sono Daniele Lucchesi e Barbara Bernardoni, i genitori di Erika Lucchesi, la diciannovenne uccisa da una pasticca di ecstasy nella notte fra il 19 e il 20 ottobre del 2019 alla discoteca “Mind” di Sovigliana, nell’Empolese, per anni storico luogo della techno dal nome “Jaiss”, che all’epoca fu sequestrata (e poi dissequestrata) dai carabinieri su delega della procura fiorentina.
Daniele, Barbara. Cosa pensate di questa sentenza di secondo grado che riconosce 600.000 euro di risarcimento nei vostri confronti ma riduce, da tre a due anni, la pena a Matteo Nerbi, l’amico che avrebbe ceduto a Erika una dose di ecstasy?
«Ci aspettavamo almeno la conferma di questi tre miseri anni di reclusione, non certo la riduzione a due. A noi, in ogni caso, neanche l’ergastolo avrebbe reso giustizia, perché nostra figlia a casa non tornerà mai più ed è stata uccisa, non è morta per conto suo, questo lo sapevamo fin dall’inizio. E qualcuno non l’ha soccorsa: c’è un’enorme responsabilità morale in questa vicenda, più grande della tragedia in sé».
In che senso?
«Quando nostra figlia si è sentita male e ha chiesto aiuto Matteo e le amiche l’hanno semplicemente accompagnata sui divanetti, senza chiamare i soccorsi. Al 118 risultano solo tre chiamate, la prima dei carabinieri, così ci hanno detto. Erika poteva essere salvata, invece alcuni amici, ai primi segni del malessere, sono scappati in treno a Livorno».
Nerbi è stato però condannato al risarcimento di 600.000 euro nei vostri confronti.
«Soldi che non pagherà mai, visto che è disoccupato, e che comunque nemmeno vogliamo. L’importante è però che lui si ricordi di quello che ha fatto. Che non lo dimentichi mai».
Voi lo conoscevate? Era un suo amico?
«Sì. Loro si conoscevano dalle medie, poi si erano persi di vista, riavvicinandosi negli ultimi mesi, da Pasqua diciamo. Erika si era lasciata dal fidanzato dopo due anni, non era un momento semplice per lei, e con Matteo so che uscivano. Ma lei lo considerava solo un amico, era molto diversi da lei e non certo un amore: non sappiamo se lui, però, si fosse fatto un’idea diversa».
Come avete vissuto questi anni di processi? Avete seguito tutte le udienze?
«Sì, non ce ne siamo persa una. Per noi è stato come rivivere quel maledetto giorno, quindi terribile. L’ultima è stata particolarmente difficile, Barbara si è sentita anche male sentendo gli avvocati della difesa parlare della vicenda in un modo a nostro avviso irrispettoso della figura di Erika. Nostra figlia era una ragazza perbene, ne conosciamo i valori e sappiamo la persona dolce che era. Per questo non possiamo accettare che qualcuno ne parli in certi modi, dato che lei in quell’aula di tribunale non si poteva difendere. A proposito del processo vorremmo ringraziare un imprenditore livornese, che preferisce restare anonimo, che ci ha sostenuto con le spese».
A maggior ragione non accettate l’esito della sentenza.
«A nostro avviso Matteo non è stato punito come il sistema giudiziario avrebbe potuto e dovuto fare. Però, a freddo, pensandoci bene abbiamo convenuto che tre o due anni non fanno differenza. L’importante è che sia stata riconosciuta la sua responsabilità penale. E questo, i giudici, lo hanno fatto. In primo come in secondo grado».
Sono passati poco più di quattro anni dalla tragedia. Voi, più volte, avete detto: “Mai più morti come Erika”.
«Sì, quando succedono certe cose, noi genitori diventiamo iperprotettivi e vogliamo che tragedie come queste non accadono mai. Nessuna persona deve morire come Erika».
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