Gioco
Livorno, Alessandro Benvenuti e l'omaggio allo spirito labronico: "I giovani livornesi, i toscani più creativi"
L’attore in Falstaff a Windsor giovedì 30 novembre sul palco del Teatro Goldoni: «Qui c’è un rifrullio di sangue che genera artisti»
Livorno «I giovani livornesi sono i migliori della Toscana, con quel rifrullio di sangue, quella creatività che ha sfornato e sforna arte e artisti». Alessandro Benvenuti torna con piacere in quella Livorno crocevia di razze e sanguigna, come la chiama lui. E lo fa nei panni di un personaggio che, nella quotidianità del grandissimo toscanaccio del teatro italiano, è molto diverso dal suo modo di essere. «Un personaggio cosi diverso da me, narcisista, gigione». Sul palco del Teatro Goldoni giovedì diventa “Falstaff a Windsor” il comico, attore, commediografo e regista fiorentino (anche musicista), già colonna dei Giancattivi (con Athina Cenci e Francesco Nuti), poi protagonista al cinema e in teatro di decine di opere (“Benvenuti in casa Gori”, “Zitti e Mosca”, “Belle al Bar”, “Ivo il Tardivo”). Il gigante che da sempre rifugge i salotti, guarda da lontanissimo personalismi e racconti manichei, con i suoi 73 anni, è anche è anche uno dei “Bimbi” (per dirla alla livornese) della serie dei “Delitti del BarLume”, tratta dai bestseller di Marco Malvaldi. «Ugo Chiti mi ha messo alla prova, una bella sfida», ci scherza su. È lui a raccontare lo spettacolo. Dentro un po’ di William Shakespeare. Prende spunto da Le Allegre Comari di Windsor. Poi dai drammi storici Enrico IV e Enrico V. Farsa e tragedia: questa è l’origine della scommessa teatrale dell’autore e regista Ugo Chiti in sodalizio con Benvenuti e gli altri 9 attori dell’Arca Azzurra Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci, Paolo Cioni, Paolo Ciotti, Elisa Proietti. In questo adattamento l'eroe e antieroe Falstaff resuscita a Windsor esprimendo tutta la natura del suo personaggio: arrogante con sangue plebeo, popolaresco, che continuamente cambia da rabbia a sarcasmo.
Si ride anche nel dramma. Ci si diverte ma alla fine il sorriso amaro della vita e delle sue imperfezioni fa da morale.
«Dal mondo gli antieroi, i gigioni non si possono bandire: oggi, in un contesto che per larga parte va avanti col copia-incolla, quanti Falstaff ci sono? In questo spettacolo si parla di gente sconfitta, Falstaff come antieroe con dei limiti, come tutte le persone hanno. È inutile fare tanti racconti manichei, alla fine tutti siamo imperfetti».
Torna sul palco forte del suo sodalizio con l’autore e regista Ugo Chiti.
«Personalmente sto apprezzando a pieno questo spettacolo adesso, ora mi diverto. Vesto i panni di un personaggio contrario al mio modo di essere, che non mi riguarda proprio come persona. Il mio timore iniziale era quello di riuscire a infilarmi dentro senza sembrare un trombone teatrale. Farsa e tragedia con la t minuscola si fondono ed è la parte più rischiosa, si parte dalla commedia Le Allegre Comari di Windsor per gli aspetti farseschi, più ci sono le innervature di personaggi dei drammi storici Enrico IV e Enrico V sempre di Shakespeare».
Farsa e tragedia, un po’ la metafora della vita
«Ho sempre usato l’umorismo per raccontare le tragedie della vita. Si parte dal dolore per narrare in maniera comica la vita, quasi fosse la comicità un vaccino».
Lei insiste sulla grande drammaturgia di Ugo Chiti
«Quello che emerge anche vedendo le reazioni del pubblico è la grande qualità drammaturgica e insisto sui meriti di Ugo Chiti. I motivi di questo successo vanno visti con distacco: l’incanto generale che ne viene fuori è merito di Ugo. Guardare senza personalismi mi dà grande pace interiore, con la certezza di essere protetto da un grande autore».
Lei oggi ha 73 anni,è un grande del palcoscenico italiano: qual è il senso del suo lavoro?
«Lo scopo è salire sul palco e fare grande teatro, dare il meglio: oggi in questa veglia generale dell’intelligenza, dove il cervello sembra messo in pausa troppo spesso, il teatro e tutti i luoghi che fanno dibattere, ascoltare, riflettere, che alimentano l’ascolto diventano strumenti di educazione, distillati dell’animo umano»
Si definisce un po’ orso
«Io sono un attore particolarmente trasversale, mimetico: da un punto di vista caratteriale, sia per mia natura sia anche grazie a mia moglie, sono una persona che rifugge i salotti, sono schivo rispetto alle grandi manifestazioni. Credo che dovremmo avere ben chiaro che abbiamo tutti dei limiti e che alla fine tutti faremo i conti con la morte».
A lei Livorno e gli artisti livornesi piacciono. Con chi ha lavorato?
«Bobo Rondelli è sempre stato una delle mie più grandi passioni: lo amo per il suo talento artistico, lo stimo fin dai tempi dell’Ottavo Padiglione e con lui ha anche lavorato. Adesso sto dietro a un altro talento, Michele Crestacci. Poi sono molto legato al Premio Ciampi, ai tempi delle band ho suonato col bravissimo Leandro Bartorelli, nei delitti del Barlume lavoro col bischeraccio del Marziali, con Claudio Marmugi».
Dice che i giovani livornesi sono i migliori della Toscana.
«Vivete in una città meravigliosa che produce artisti, la sua gioventù è vispa, piena di vita e idee».
Sta scrivendo un nuovo spettacolo?
«Sì, sto scrivendo un nuovo spettacolo, ma per ora di certo c’è solo il titolo, che sarà Lieto fine». l
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
