Gioco
Livorno, Alessandro Baroni: parla l’ultimo chiccaio di Montenero: «Qui sono rimasto solo io»
«Il torrone a mille lire, l’attività era di nonno e io lo aiutavo: oggi ho perso il conto delle denunce di furto fatte»
Livorno «Mi ricordo un pezzo di croccante a mille lire, la gente ci andava matta per quello e per i brigidini. Un tempo qui c’erano fiumi di persone che andavano al Santuario. Dalla mia baracchina dei chicchi non andrò mai via». Anni ’80. Un tempo era in piazza di Montenero il banco: Alessandro Baroni era piccolino e aiutava nonno Sergio (Lenti) che era il chiccaio di Montenero. Arrivava su col banco nei giorni festivi e vendeva dolci in piazza. Oggi la baracchina dei chicchi c’è ancora. L’unica sopravvissuta tra le sei costruite nel 2000 per il Giubileo in via Giovanni XXIII. E dietro al bancone c’è lui, quello che un tempo era il nipotino di nonno Sergio. «Ho rilevato l’attività di nonno nel 1998, è una licenza che lui aveva da prima degli anni Ottanta», racconta il 49enne.
A quel luogo è affezionato. E mai lo lascerebbe. Di questo ne è certo. Nonostante le attività rimaste siano veramente poche e il senso di abbandono lo viva ogni giorno sulla propria pelle. È lui a raccontare la storia del suo chiccaio. «Nonno ha iniziato col banco che montava il sabato e la domenica in piazza: le baracchine dei souvenir religiosi un tempo erano sul sagrato del Santuario». Ricorda Gino il fotografo, le partite a pallone nel campo da calcio dei monaci, i ricordi alle grotte e ai giardini di Montenero oggi chiusi e sbarrati da anni per problemi di sicurezza. E ancora Baroni si ricorda il bar tabacchi dove oggi c’è il ristorante A Montenero che ha chiuso questa estate. Fa altri nomi, parla dei panini di Giuliano Giomi. Ieri, oggi: le attività si sono spente. «Al momento siamo rimasti in pochi: anche il bar qui davanti ha chiuso e ne è rimasto uno solo Montallegro, funziona il ristorante Conti, il ristorante A Montenero ha chiuso, la pizzeria a taglio uguale, non ci sono più tabacchi, edicole, non c’è un bancomat».
Lui oggi si trova in via Giovanni XXIII. È l’unica baracchina aperta. Le altre sono vuote da tempo, troppo. In pessime condizioni, tra ripetuti raid vandalici, sfondamenti, scritte, sfregi. «Non so più nemmeno quante denunce per furto ho fatto», aggiunge. La proprietà è del Comune che sta valutando quale sarà il futuro di queste strutture. Se tornare a farle vivere attraverso un bando o liberare l’area. «Io sono qui dal 2000, dall’anno del Giubileo e sono stato obbligato a spostarmi in via Giovanni XXIII, quindi dico che io da qui non me ne vado: al massimo, se il Comune volesse, potrei accettare di essere spostato e tornare dove eravamo prima, all’altezza del cannocchiale».
E ancora: «Se ci sarà un nuovo bando mi proporrò per prendere in affitto anche la baracchina accanto per allargaril chiccaio».
È vero, gli incassi non sono più quelli di una volta. «Ho provato a stare aperto tutti i giorni ma non mi conviene, per 5 0 7 euro al giorno – spiega – Comunque apro il sabato e la domenica e non ci rimetto, quindi voglio continuare: queste sono le mie radici, era l’attività di mio nonno e voglio portarla avanti».l
F.S.
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