Gioco
Ben 297 scalini e 10 secoli di storia: la “gita al faro” di Livorno
La scala a chiocciola lunga 30 metri, il minilocale del farista e i suoi racconti Fiorentini: «È un lavoro che puoi fare solo se ti piace». Scotto: «Stanze intatte»
i Franco Marianelli
Livorno “Quasi arrivati a Livorno c’è una torre robusta la cui luce in cima segnala la costa durante la notte” (F. Petrarca ”Itinerario siriaco”). Incoraggiati dai versi del poeta il premio maggiore, una volta giunti sulla cima del Faro di Livorno (oltre a quello di essere ancora in vita a dispetto dei 297 scalini affrontati) è quello di poter ammirare una Livorno a 360 gradi, dove solo ruotando il capo nello spazio temporale di un secondo scorri dalla Gorgona alla Valle Benedetta.
Le visite sono possibili grazie alla meritoria Associazione Mondo dei Fari (prossimi appuntamenti sabato e domenica prenotazione sul sito del gruppo) il cui presidente Stefano Gigli accoglie i visitatori alla base del fanale raccontandoci la storia della costruzione.
«Nel 1.300 circa iniziarono i lavori da parte della Repubblica di Pisa per terminare all’incirca una ventina di anni dopo, la base del fanale fu poi riservata ad uso lazzeretto, poi i Medici rilevarono il faro sostituendo il simbolo pisano con il giglio fiorentino (ancora presente) finché i “guastatori” tedeschi fecero saltare il faro durante l’ultimo conflitto mondiale, faro che fu poi ricostruito».
La costruzione, come tutte le altre analoghe nel nostro paese, sono di proprietà della Marina Militare una cui delegazione è sempre presente in occasione delle visite. Si arriva al faro, in fondo a via Edda Fagni nel cuore della Porta a Mare, oltrepassando il check point della Azimut-Benetti senza la cui concessione di una “servitù di passaggio” non potremmo giungere sul posto.
Il faro si para davanti a noi eretto nei suoi trenta metri di altezza, praticamente due torri merlate sovrapposte, perfettamente incastrate una nell’altra, al cui interno i 297 scalini costituiscono la caratteristica scala a chiocciola di queste costruzioni. All’apice del faro un signore il cui profilo e i modi da pescatore solitario fanno capire che non può che essere lui: Renzo Fiorentini l’ultimo farista in servizio prima dell’avvento del comando da remoto della struttura.
Sembra uscito proprio dai versi di Gastone Razzaguta dedicati al Fanale (“Il pescatore di canna in cacciatora di frustagno scolorito che sta a sedere sulla banchina davanti al Molo Novo”).
«Cosa vuole che le racconti – dice -potremmo stare a chiacchiera dieci anni se mi mettessi a raccontare la mia vita professionale. Ma a Livorno è stato relativamente semplice perché il faro è sulla terraferma. Io ho precedentemente vissuto per dieci anni con la sola compagnia di mia moglie sull’Isola del Tino davanti a Portovenere. E’ un lavoro che puoi fare solo se ti piace. Mia moglie diceva sempre che per lei quella vita è stata una luna di miele durata dieci anni», continua ancora Fiorentini. Parlare con lui è come entrare in un mondo magico. Lungo il percorso in salita è possibile ammirare modellini di fari italiani e del resto del mondo nonché tutta l’utensileria in uso al farista.
All’apice del fanale c’ è Patrizia Scotto, socia dell’associazione: con lei si va nelle “stanze di veglia” ovvero la “suite” dove abitava il farista , tre microlocali: il primo una sorta di cucinetta, il secondo “ufficio di lavoro” con una macchina da scrivere “lettera 32” infine una camerina da letto. «Abbiamo voluto lasciare i locali intatti – racconta Scotto – così come furono lasciati allora». Il faro di Livorno ha 10 secoli di vita. Di notte ogni 20 secondi emette quattro lampi per una illuminazione di un raggio di circa 25 miglia:”Lux nautis securitas” (la luce è la tranquillità del navigante) non a caso è il motto dei faristi. l
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