Il Tirreno

Livorno

La storia

Quando Livorno era capitale dei bottoni in madreperla

di Roberto Riu
Quando Livorno era capitale dei bottoni in madreperla

Tra le imprese di metà ’800 quella di Haefelin con 83 addetti in corso Mazzini Nel 1921 la Gelli, Trapanesi & c. importava dall’Eritrea 60mila chili di materiali

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LIVORNO. Nel tempo a Livorno si è prodotto davvero di tutto. A dimostrarlo sono i vari censimenti delle attività economiche compiuti tra la seconda metà dell' 800 e le prime decadi del 900 in cui, accanto all'industria pesante rappresentata, ad esempio, dal Cantiere navale Orlando, si poteva contare una miriade di imprese piccole e medie, in larga parte ditte individuali. Erano dedicate alla produzione dei beni più disparati, a partire da quelle più noti come i laboratori per la lavorazione del corallo, le vetrerie, le tipografie, le distillerie di liquori, i cedri canditi oppure le svariate occupazioni legate all'economia del mare.
Ma scorrendo i lunghi elenchi di imprese censite a Livorno in quegli anni si possono scoprire anche attività molto particolari come la lavorazione del giaggiolo, la fabbricazione di fiammiferi, di turaccioli di sughero, di ghiaccio, di letti in ferro e di bottoni, questi ultimi sempre utilizzando materiali di origine naturale ovvero osso, “corozo” e madreperla.
Nella seconda metà dell' 800 risultano attivi a Livorno i bottonifici dei “Fratelli Jnsom & C.”, in precedenza operanti a Lucca, di Benedetto Corcos con 46 addetti e di Giacomo Haefelin con 83 addetti avendo sede a Villa Conti in corso Umberto 26 (l'odierno corso Mazzini), tutte producendo bottoni di osso oppure di “corozo”, un materiale detto anche “avorio vegetale”, ricavato dai semi di una palma tropicale sudamericana, la “Phytelephas macrocarpa” e tuttora adoperato a questo scopo da diverse aziende italiane ed estere. L'altro materiale spesso utilizzato per produrre bottoni è poi la madreperla, ricavata dalle conchiglie di vari molluschi marini e che, oltre ad essere adoperata da secoli nell'intarsio e nel mosaico, ha in seguito avuto impiego pure nel fabbricare diversi oggetti. In passato a Livorno per produrre bottoni è stato anche impiegato un succedàneo derivante da molluschi gasteropodi (Trochus sp. e Tectus sp.) dalla conchiglia conica allungata ed assai abbondanti nelle acque del Mar Rosso avendo oltre un secolo fa il loro principale snodo commerciale nel porto di Massaua, in Eritrea, divenuta colonia italiana alla fine dell'Ottocento. Si tratta del cosiddetto “Trocas”, un materiale di qualità inferiore rispetto alla madreperla propriamente detta avendo minore iridescenza e durezza, ma che nei primi anni '20 conobbe in Italia una notevole richiesta per fabbricare bottoni a livello piccolo industriale (il “Trocas” risulta per altro tuttora utilizzato). A Livorno spiccavano due aziende ovvero il “Bottonificio Toscano di A. Leonardi & C.” e l'”Industria del trocas e della madreperla di Gelli, Trapanesi & C.”, quest'ultima con sede in Borgo dei Cappucci 81 con 36 addetti. Entrambe le ditte nacquero nel 1921 ed attraverso le statistiche portuali si può seguire l'andamento della loro attività. Dal 1921, con l'avvio della produzione, si rileva un primo ingresso di 1702 kg. (1500 dall'Egitto, il resto dall'Eritrea) di materia greggia per poi schizzare l'anno seguente a ben 59796 kg, provenienti dall'Eritrea. Negli anni successivi l'importazione allo scalo labronico si attesterà sui 32000 kg con apporti anche dalla Francia e dalle Indie Britanniche. L'importazione segnerà un brusco calo nel 1927 e nel 1928 per poi cessare di colpo con la chiusura simultanea delle due ditte livornesi.
Uno stop determinato dalla scarsa qualità del prodotto finito e dalla fortissima impennata del prezzo della materia prima aumentato di oltre diciotto volte in due anni passando dalle 60 alle 1100 lire al quintale e determinando così una situazione insostenibile.
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