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C’era una volta “Ovosodo”. Gabbriellini dirige il thriller Holiday

di Claudio Marmugi
C’era una volta “Ovosodo”. Gabbriellini dirige il thriller Holiday

Arriva dal 23 ottobre per tre giorni nelle sale italiane. Il regista: «Il mio film racconto di formazione»

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LIVORNO. Arriva dal 23 ottobre per tre giorni nelle sale italiane, come evento speciale, "Holiday", il nuovo film di Edoardo Gabbriellini, regista e attore livornese, nel 1997 protagonista del film cult "Ovodoso" e poi lanciatissimo nel cinema internazionale come Autore con la A maiuscola.
Alla terza regia di fiction dopo "B. B. e il cormorano" (2003) e "I padroni di casa" (2012), Gabbriellini si cimenta con un thriller "sui generis" in concorso alla Festa del Cinema di Roma, ieri sera sul Red Carpet. Il film racconta la storia di Veronica (l’esordiente Margherita Corradi) che, a vent’anni, viene riconosciuta innocente dopo due anni di prigione per l’omicidio della madre e dell’amante di lei. Le ore successive alla scarcerazione sono l’avvio di una trama carica di ambiguità e misteri. Il film sarà anche evento del “Fi.Pi.Li Horror” lunedì 30 ottobre alle 21.30 al cinema 4 Mori, con una proiezione alla presenza del regista.
Gabbriellini, nella sua carriera, ha diretto anche uno strepitoso documentario su Lindsay Kemp – il coreografo e ballerino, maestro di David Bowie, nato nelle Isole Ebridi nel 1938 e morto a Livorno nel 2018 – dal titolo “Kemp. My best dance is yet to come”. Ha curato inoltre la regia del capolavoro di Corrado Guzzanti “Dov’è Mario?”
Gabbriellini, "Holiday" sembra prendere spunto da un tema attualissimo. E così?
«Spero sia un film contemporaneo. L’altezza in cui si muove lo sguardo è quello di due ragazze di vent’anni alle prese con le vicende della loro vita. Direi che il film è un racconto di formazione dentro una “cornice tensiva”, una struttura che potrebbe ricordare il thriller. È più uno studio di carattere che un film di genere. È un film che perde il fuoco sulle corde classiche del thriller per andare da un’altra parte, si pone altre domande, ha un altro interesse».
Com’è stato lavorare con due attrici esordienti?
«Molto produttivo. Mi hanno regalato cose incredibili. Le ho scoperte attraverso uno street-casting in Liguria, regione nella quale è ambientato il film. Prima ho incontrato Margherita Corradi, la protagonista. Di lei mi ha colpito molto anche il fatto che ha avuto lo stesso atteggiamento mio quando Virzì mi scelse per “Ovosodo”: ero incuriosito ma, allo stesso tempo, hai diciannove anni e fare il film non è la tua priorità assoluta. E così lei, che non si è presentata al primo call-back (un provino fondamentale per la parte, ndr). Questo mi ha divertito. Mi ha fatto pensare che la sua impertinenza tipica dell’età fosse l’energia giusta per il ruolo. Una vitalità adattissima al personaggio che avevo scritto. A quel punto, scelta lei, le ho chiesto di tornare al provino con tutto il folto gruppo delle sue amiche vere. Ero certo che se portavo dentro al film una sua amica reale avrei avuto davanti un tipo di verità che tra due attrici estranee non avrei potuto filmare. E così è arrivata Giorgia Frank. È stata una mossa vincente. Riproducendo nel film gesti, sguardi, codici personali che usavano nella vita, hanno radicalmente alzato la temperatura della “verità” e della verosimiglianza della loro performance».
È consapevole di aver creato, in pochi titoli, un suo stile personalissimo, d’autore?
«Ci sono delle tematiche linguistiche che mi sono care ed evidentemente le riproduco. Sicuramente, sono lento nello sviluppare un film o un nuovo progetto. C’è qualcosa che unisce questo al mio film precedente. Non mi viene da dire, però, di avere “uno stile” così personale dopo le poche regie che ho fatto. Certo è che ci sono delle questioni che mi sono care e ci ritorno sopra in una maniera che sento mia. Il film è prodotto da Luca Guadagnino».
C’è un’influenza di questo importante regista italiano sul suo cinema?
Ho lavorato con Luca come attore (in “Io sono l’amore nel 2009, ndr), ho diretto per lui la seconda unità di “We are who we are” e del suo nuovo film “Queer”, ha prodotto anche “I padroni di casa” e ci lega un’amicizia quasi ventennale. Non è un’influenza, è un dialogo. E’ il cineasta a me più vicino in termini umani, parliamo tantissimo, ci confrontiamo sul cinema, sul linguaggio, su tutto».
Dopo questa esperienza non le è venuto in mente di accelerare la sua produzione?
«Sì. Assolutamente sì. Mi sono imposto di abbandonare i miei ritmi “messicani” (ride, ndr): non posso fare un film ogni dieci anni! Sto già cominciando a pensare al prossimo».
Lei ha esordito giovanissimo come protagonista di una commedia di culto, non le è mai venuta voglia di cimentarsi con quel genere?
« Lo posso confessare? Per ora non mi è venuto, ma ultimamente ci ho pensato: ho voglia di guardare da un’altra parte. All’occorrenza non nel solco dell’eredità della commedia italiana classica, ma da qualche altra parte rispetto a quello che ho fatto sì. Mi sono accorto che, nel focalizzare le idee, finora sono stato mosso da una forma di “esorcismo”, ho sentito che dovevo raccontare un certo tipo di storia. Vediamo che succede più avanti». 
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