Gioco
Livorno, con Emergency sulla nave Life Support: «Ecco come salviamo i profughi»
Viaggio con Emergency sulla nave che ha trasportato a Livorno 69 migranti
Livorno Uno splendido mercoledì. C’è il sole e la temperatura mite invita a godersi ancora i tuffi. Un giorno come tanti in città, non fosse che è quello seguente all’approdo che ha chiuso la missione numero 13 con 69 persone recuperate nel Mediterraneo e che da dicembre scorso ha tratto in salvo 1.080 profughi. È il bilancio parziale della “Life support”, la nave di Emergency ormai vuota, ma che aprendo le porte al Tirreno offre testimonianza delle persone che costituiscono il suo equipaggio. Nove, che rappresentano la parte dei marittimi, più un’altra ventina che invece sono le figure più specializzate nella gestione e nell’accoglienza che vanno dal capo della missione, ai mediatori culturali, a chi si prende cura delle ferite visibili. Perché quelle dell’anima hanno bisogno di molto più tempo per essere lenite.
Banchina 57, pochi passi dall’ormeggio di navi che la gente solitamente prende per andare o venire da una vacanza, nemmeno cento metri in linea d’aria dal retro della stazione marittima. Qui, il mezzo resterà attraccato in attesa di una nuova missione per un paio di settimane. Il tempo che serve per fare il cambio del personale, ma anche perché arrivare in porti più lontani come il nostro, costa 5 mila euro per ogni giorno di navigazione supplementare. Tradotto, arrivare fino a Livorno, significa spendere almeno 20mila euro in più sul viaggio di andata rispetto a porti più a sud. Un costo che si raddoppia, tenendo conto che la tratta è da percorrere poi al contrario. Ormai, come dice Emanuele Nannini, capo missione, «se indicano Napoli, c’è da fare salti di gioia, il punto più favorevole del meridione sul quale siamo autorizzati generalmente a fare rotta».
Alle 20,45 di martedì “Life support” ha ormeggiato dopo aver proceduto al recupero di 69 sopravvissuti al termine di tre diverse operazioni di soccorso. Portando a bordo naufraghi provenienti da Algeria, Egitto, Marocco, Siria, Sudan, Sud Sudan, e anche da Libia e Tunisia. Paesi, compresi gli ultimi due, afflitti da guerra, violenze, instabilità politica, crisi economica, disastri ambientali e insicurezza alimentare. E c’è quel ragazzo siriano, originario di Hama, 27 anni voglia di vivere e terminare gli studi: «Ho lasciato il Paese a causa delle difficili condizioni di vita e della situazione politica in cui mi trovavo e, a causa della guerra, quando un giovane diventa maggiorenne è obbligato a prestare servizio nell’esercito per anni, di solito dieci. Sono fuggito perché non volevo diventare un soldato, ma vorrei invece finire i miei studi in giurisprudenza, avendo terminato il terzo anno. Vorrei studiare il diritto europeo e sono determinato a raggiungere il mio obiettivo. Che è quello di vivere in pace e in libertà, ripagando l’Europa per l’accoglienza che mi vorrà dare».
Lui, insieme a tutti gli altri (sei donne, 11 minori non accompagnati e sei bambini che viaggiano con un genitore) sono stati presi in carico dalle autorità. Saluti, abbracci, lacrime, promessa di rivedersi un giorno. Forse. Scene che si ripetono ogni volta. Legami che nascono spontanei a prescindere dalla nazionalità. E dove chi è già stato soccorso, si adopera per aiutare a tirare su dal mare quelli che vengono intercettati nelle ore successive. La legge Piantedosi permette salvataggi multipli come questo, anche se specifica che con la prima operazione portata a termine si deve procedere con massima velocità sostenibile e tenendo rotta più diretta verso il porto assegnato. In casi di stress particolare si può aprire un dialogo con le autorità per altre operazioni. Che è quello che è accaduto in questo caso permettendo prima di raggiungere Livorno di raccogliere altre persone. Saliamo a bordo, accolti da Nannini che spiega come si opera quando si è a largo. «L’attività principale è cercare imbarcazioni in difficoltà di navigazione. La prima fase è la ricerca. Quella passiva e quella attiva. La prima, consiste nel metterci in zone dove sappiamo che capitano barchette o gommoni, quella attiva è invece quella che deriva da informazioni da altre navi o da autorità che segnalano casi specifici che si basano su rotte di intercettazione. Una volta trovati, ecco la fase operativa del salvataggio. Con due gommoni che mettiamo in acqua, e che arrivati al fianco dell’imbarcazione in difficoltà, procedono con la stabilizzazione. Salvagenti, sistemi di galleggiamento supplementare per diminuire il rischio di cappottamenti e cedimenti strutturali. In pochi minuti, riusciamo a far salire le persone a bordo. Massimo 25 persone a gommone, con difficoltà meteomarine che non sono sempre uguali, arrivano sotto bordo accedendo alla “rescue area”, dove due marinai attendono all’inizio della scaletta. Da quel momento in poi, per questi disperati, finisce l’inferno».
È solo l’inizio dell’avventura, i primi attimi di felicità per essere scampati alla morte fra le onde e la speranza di regalarsi un futuro a colori. Ecco che arrivati in coperta, si giunge alla “reception”. Dove un team sanitario si adopera per un triage e verificare lo stato di salute di ciascuno. Un braccialetto di differente tonalità ed un numero, si toglie il salvagente e si da il via alla perquisizione. Una fase che serve per garantire sicurezza a bordo «ma non si è mai verificato un problema, è solo protocollo», precisa Nannini. Poco dopo, si procede ad andare nella pancia della “Life support”, scendendo una scaletta ripida che dà accesso ad un ampio locale. Nannini, 42enne torinese, dal 2008 è uomo Emergency, ruolo da capo missione prevalentemente all’estero e a terra. Afghanistan, Iran, Iraq, Libia, Yemen. Sulla nave è salito a Livorno, dopo che era già stato consumato il primo sbarco labronico. Grande rapporto nato in Afghanistan con un medico livornese che da anni è in trincea, e che era grande amico di Gino Strada: Claudio Paganelli che in febbraio ospitò a casa sua facendo lo chef, tutto l’equipaggio per una cena in allegria. Lì, Roberto Maccaroni, infermiere di Ancona che in Emergency dopo aver consumato una esperienza in ospedale racconta le problematiche principali. «Disidratazione, affezione del tratto respiratorio e muscolare, contratture da posizioni scomode e soprattutto le ustioni causate da reazioni chimiche». È così che i volontari salvano i migranti nel Mediterraneo. l
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
