Il Tirreno

Livorno

In tribunale

«Molestata su Facebook a 14 anni»: imputato un operaio livornese

di Stefano Taglione
«Molestata su Facebook a 14 anni»: imputato un operaio livornese

La difesa del trentunenne: «Hanno falsificato il profilo, non ero io». La ragazzina era amica delle figlie dell’uomo

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LIVORNO. «Mi piaci». Poi altre frase con espliciti desideri sessuali. Avrebbe aggiunto una quattordicenne su Facebook per molestarla. Per questo, un operaio livornese di 31 anni, è a processo per adescamento di minore. I fatti sarebbero avvenuti nel luglio di due anni fa, con la ragazzina che ha subito raccontato l’episodio ai genitori. Il contatto sarebbe avvenuto fra il profilo social della minorenne e un altro, con un nome diverso da quello dell’imputato, ma secondo gli inquirenti sotto il suo controllo.

La quattordicenne e l’operaio – di cui Il Tirreno omette il nome per tutelare la vittima – si conoscevano già, visto che la ragazzina era amica sia delle figlie dell’uomo, che di sua cognata. Una conoscenza avviata, seppur sommaria, che ha convinto la minorenne ad accettare la richiesta di amicizia del trentunenne che si era presentato sì con un nome diverso da quello vero, ma con la foto del suo volto. «Pensavo fosse lui», le parole della vittima. Il diretto interessato, tuttavia, smentisce questa ricostruzione, anche se una volta venuto a conoscenza della questione non ha mai denunciato nessuno per aver, nel caso, hackerato il suo profilo replicandolo con la sua immagine. Perché è questo che lui sostiene: che ad aggiungere la quattordicenne, che lui conosceva, sarebbe stato uno sconosciuto che avrebbe falsificato il suo account aprendolo con un nome diverso.

L’operaio, difeso dall’avvocata Barbara Luceri, ieri è stato ascoltato davanti al giudice Ottavio Mosti, con il pm che lo ha più volte incalzato per capire il motivo per il quale non ha mai sporto denuncia per la presunta falsificazione del profilo: «Sono andato dai carabinieri, che mi hanno detto di recarmi alla polizia postale, ma poi non ci sono mai andato». Per mettere in correlazione l’account e l’uomo, in ogni caso, i militari dell’Arma hanno chiesto delucidazioni a Facebook, che ha risposto con due indirizzi Ip (corrispondenti alla connessione Internet utilizzata per l’invio dei messaggi) sui quali dovranno esserci ulteriori indagini per comprendere a quale utenza corrispondessero. «La ragazzina la conoscevo perché andava al mare nel mio stesso posto – le parole del trentunenne in aula – Non sono stato io a scrivere quelle frasi, non sono così. La sera stessa dei fatti ho discusso con mia moglie, non tornando a casa per non turbare le mie figlie e dormendo in auto vicino al posto di lavoro, poi però abbiamo chiarito sia con lei, che con mia suocera. Mi hanno creduto, così come mia cognata».

L’imputato ha messo in evidenza di aver avuto problemi di alcolismo in quei mesi, superati da quasi due anni: «Ora ne sono uscito». «Subito dopo questo episodio – ha proseguito – non ho più parlato con la ragazzina, anche se l’ho vista qualche volta con mia cognata. Avevo un po’di imbarazzo e anche timore: non ho ritenuto di spiegare nulla nemmeno ai suoi genitori, perché non ho fatto niente».

Al termine dell’udienza il giudice ha chiesto di ascoltare la testimonianza di una carabiniera che all’epoca dei fatti aveva svolto le indagini: l’obiettivo è capire se Facebook ha comunicato l’Ip esatto dietro al profilo sotto accusa, quello con il quale si è interfacciata la quattordicenne, oggi sedicenne, e quindi arrivare al volto e al nome dell’adescatore. È dall’esito di questo accertamento che dipenderà la colpevolezza o l’innocenza dell’imputato.


 

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