Gioco
Livorno, addio compagno Vanni: dall’assalto alla nave Usa alla telefonata col re
Si è spento a 75 anni dopo una vita con la tuta da operaio contro le ingiustizie e in difesa del suo Cantiere. Nella fase finale del regime di Franco fu incaricato di proteggere il leader comunista Santiago Carrillo
Livorno Al telefono c’è Juan Carlos in persona, il re di Spagna che deve vedersela con la lunghissima fase terminale del dittatore Francisco Franco dopo un regime durato oltre un terzo di secolo: deve parlare urgentemente con Santiago Carrillo, leader comunista in clandestinità e fuorilegge ma pur sempre riferimento per milioni di persone in una Spagna che minaccia di esplodere. L’altro capo del filo è in una villetta top secret di Tirrenia che la federazione livornese del Pci ha trovato, grazie a un imprenditore ex partigiano: Carrillo è nascosto per incontrarsi con Enrico Berlinguer, numero uno del più grande Partito comunista di tutto l’Occidente. Ma Carrillo non può rispondere al telefono perché non c’è: c’è Luigi Vanni, tuta blu comunista del Cantiere, già allora simbolo delle lotte operaie. È lui che insieme alla moglie e a Franco Fraddanni deve proteggere ad ogni costo il dirigente iberico, come ricorda il libro “La parola a Enrico” di Mauro Nocchi e Maurizio Mini, editore Erasmo.
Cosa si siano detti davvero Vanni e il re o Vanni e Carrillo è qualcosa che ora Gigi si è portato con sé per sempre: se n’è andato ieri mattina a 75 anni.
Il suo cuore generoso di ribelle – ma di ribelle comunista, mica a vanvera – si è fermato ieri dopo una lunga malattia. Anzi, dopo una sfilza di malattie, come spiegano i familiari. Già, perché se Gigi non era tipo da arrendersi in politica, non lo era neppure come uomo per quanto riguardava la propria esistenza: e allora se i suoi cari ricordano la battaglia di fronte alle gravi difficoltà alla vista, di fronte a malattie come la Pxe o la Sla, solo per dirne alcune, non è per curiosità ma per far capire anche a chi non l’avesse conosciuto di quale “legno” era fatto Gigi.
Del resto, era nato il 17 gennaio: non siamo solo quattro giorni prima dell’anniversario della nascita del Partito comunista (e nel ’48, l’anno dello scontro frontale con la Dc) . È lo stesso giorno del compleanno di un combattente come Muhammad Alì, che è stato campione sul ring ma anche nella difesa dei diritti e di un mondo meno ingiusto.
Gigi Vanni lo chiamavano “Benzina”, e forse non era perché già a 9 anni aveva cominciato a lavorare come benzinaio. “Benzina” perché davanti alle ingiustizie prendeva fuoco, proprio non gli andavano giù. Che fosse una lotta sindacale per i diritti dei lavoratori, che fosse una battaglia politica nel segno della falce e martello, che fosse una questione di tifo sportivo baskettaro per la “sua” Libertas. Chinar giù la testa e dire signorsì gli faceva proprio male: come quella volta che, raccontano i suoi familiari, aveva visto un’auto dei vigili urbani compiere una manovra azzardata e quasi travolgere il figlio fuori dal palasport: era andato a cantargliene quattro, poi era intervenuta la celere e gliene avevano date tante. Un po’ come Enrico Bartelloni nella difesa di Livorno a Porta San Marco contro gli austriaci: loro erano l’esercito più potente del mondo di allora ma tu sentivi di fare la cosa giusta perché era in gioco la libertà. Qualcosa del genere doveva avere in testa – sono ancora parole dei parenti a ricostruire le storie – quando insieme a un gruppo di altri militanti “rossi” era andato all’assalto di una nave americana ferma nella rada del porto di Livorno. Erano gli anni del Vietnam, e quel “commando” di livornesi, senza armi ma con tanto fegato, andò a beffare gli yankee togliendo la bandiera a stelle e strisce per sostituirla con quella dei vietcong.
A 17 anni aveva lasciato le serali dell’Iti: era entrato alla Stanic. Qualche anno più tardi l’ingresso in Cantiere: elettricista di bordo, poi addetto alle manutenzioni e, quando i problemi agli occhi si erano aggravati, il passaggio al bacino. Sempre come operaio.
È con quella tuta che aveva condotto le lotte prima per ottenere i carichi di lavoro e poi per impedirne la chiusura; è con quella tuta che ha affrontato l’esperienza del Cantiere in forma di coop: una realtà con pochi eguali nel Paese. Ed è con quella tuta che, come consigliere comunale di Rifondazione Comunista eletto nel ’99, si era battuto contro la scelta dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco diessino Lamberti per chiudere lo stabilimento navalmeccanico e aprire alla costruzione di yacht e alla realizzazione del polo terziario della Porta a Mare.
Ci vorrebbe un volume della Treccani per rievocare i mille episodi che lo hanno visto protagonista. Ma forse – perfino fra i moltissimi che l’hanno conosciuto – pochi sanno che in gioventù era stato una brillante promessa del calcio: aveva il “7” cucito sulla maglia ma i piedi talmente buoni e il cervello talmente fino che avrebbero dovuto schierarlo come fantasista, invece nel calcio di allora era una mezzala sinistra. In ballo il provino con la Fiorentina e soprattutto quello con il Torino: gli sbarra il passo un ricovero in ospedale per epatite. Di pallone non ne volle più sapere, via anche tutte le foto che lo vedevano correre dietro un pallone: ma, insieme al tifo libertassino nel basket (non accettava proprio di veder indicata come “la squadra dei preti”), questo non aveva ostacolato la grande passione per gli amaranto del Livorno Calcio.
Ma lo sport era anche quello del remo: era stato l’anima della cantina del Fabbricotti, quello dei gozzi e delle tradizioni cittadine era un mondo che non smetteva di affascinarlo.
Lascia la moglie Simonetta (fra non molto avrebbero festeggiato mezzo secolo di vita insieme), i figli Nicola e Igor, entrambi giornalisti, le adorati nipoti Aurora e Alice, oltre a tutta la galassia di nipoti e cugini di una grande famiglia allargata. Chiunque gli abbia voluto bene o l’abbia stimato potrà dargli l’ultimo abbraccio domani alle ore 11 nella sala del commiato realizzate dalla Svs davanti all’ingresso del cimitero dei Lupi, prima di trasferire il feretro al settore della cremazione: sarà salutato con il canto dell’“Internazionale” e, sulle note del “Va’ pensiero”, il “Canto di maggio” di Pietro Gori. l
A.R.
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