Il Tirreno

Livorno

L’intervento

«Gli episodi di bullismo a Livorno? Non si dica che sono ragazzate e che basta sapersi difendere»

di Nicola Artico (*)
«Gli episodi di bullismo a Livorno? Non si dica che sono ragazzate e che basta sapersi difendere»

Le riflessioni dello psicologo per le famiglie dei bullizzati e dei bulli. Un tratto che deve attirare l’attenzione, è quello che si chiama “vulnerabilità narcisistica”

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LIVORNO. Riflettere su fenomeni come aggressioni o bullismo di gruppo, tra giovanissimi nelle nostre città, non è semplice. Potrebbe valer la pena avere in mente come interlocutori i genitori: sia degli aggrediti, sia degli aggressori. È quello che proverò a fare.

Entrambi i gruppi di genitori devono sapere che gli esseri umani, giovani compresi, sanno funzionare sia in modalità “gruppo” (sano) dove sono molto presenti i meccanismi di reciproca affettività, di supporto e sostegno, dove ci possono esser anche leader o gregari, ma il gruppo opera una co-regolazione continua che non permette eccessi.

Oppure gruppi che funzionano nella modalità “branco”. In questi casi conta soprattutto come gira il potere dentro il nucleo, dove si può anche essere bullizzati ma si sa che, in circostanze cambiate, si può a sua volta bullizzare gli altri. Sono gruppi dove si è spinti ed attratti solo da meccanismi molto primitivi con poco pensiero e poca affettività. In questi casi conta il potere, la sfida, l’esibizione gruppale dunque rassicurante della forza che, alla fine, tranquillizza anche dal sospetto o timore di esser fragili. Soprattutto quando non si è in branco.

Se un ragazzo torna a casa vittima di un’aggressione di gruppo spaventato? In questi casi i genitori dovrebbero funzionare come una “base sicura”. È un concetto metaforico piuttosto intuitivo. Si è “base sicura” quando i figli sanno (ma soprattutto sentono) che possono raccontare tutto senza timore di essere giudicati o peggio condannati. Quando i genitori non si spaventano dei racconti, ma sono percepiti capaci di mettere un pensiero, e anche strumenti concreti, per ricreare un contesto di sicurezza intorno al proprio figlio o figlia. Né funzionando in modo reattivo (se lo trovo lo picchio!) né in modo passivo (sono ragazzate, impara a difenderti). Serve, per esempio, esser capaci di fare domande esplorative in modo che i figli possano esprimere fino in fondo i propri timori, ansie, presupposti. Ma anche muoversi in modo fermo e legale tutte le volte che se ne ravvisi la necessità. Testimoniare che si possono mettere dei limiti e che ci sono attori preposti a farlo, è un’attività molto educativa. Sia per le vittime che per gli aggressori.

Pensando invece a dei genitori di potenziali bulli, va detto che, non di rado, è un aspetto inconoscibile anche per loro stessi. Non sempre sono comportamenti appresi in famiglia. Tuttavia genitori per loro natura discontrollati, oppure polarizzati solo su modalità di potere tra di loro, sono un humus molto favorevole. Sono ragazzi/e che vivono con i pari, ma anche in famiglia, in modo predatorio. Dove lo sfruttare o approfittarsi del più debole fa parte del pensabile. Si tratta di vivere in contesti dove si può anche accettare come inevitabile di esser preda, perché il potere è l’unica dimensione di significato che si conosce e rispetta ma – dunque – essere anche predatori, magari in gruppo, a propria volta.

Un tratto che deve attirare l’attenzione, è quello che si chiama “vulnerabilità narcisistica”. Consiste di una fragilità che rende molto difficile accettare i propri limiti e i propri errori e dunque spesso i ragazzi si difendono da essa non pensandosi parte dei propri stessi problemi. Pronti, invece, ad immaginare sempre qualcosa o qualcuno che impedisce loro di essere splendidi come sarebbe loro dovuto, solo che il mondo non funzionasse così male. Per quanto il mondo possa funzionare male, è difficile pensare di non avere mai ruolo nei propri problemi. Lo stesso senso di colpa, che in forme eccessive è altamente patologico, appare disfunzionale se è totalmente o parzialmente assente, perché si tratta anche di un importante allarme adattivo che ci costringe a criticare le nostre condotte socialmente sbagliate e ci permette di modificarle.

In sintesi non è possibile crescere sufficientemente sani, in assenza di un chiaro concetto di regola interiore ed esterna. Se ne fa una violazione, magari in gruppo, quando si teme di non avere nulla intorno o dentro di sé che non sia l’esibizione un potere; tanto rassicurante quanto inconsistente.

* Direttore Psicologia salute mentale e SerD-sud dell’Asl nord ovest

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