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Livorno, anziano ucciso in via Garibaldi: condanna bis per il portuale. Sconto per l'ex badante
La corte d’appello conferma la sentenza di primo grado: 23 anni di reclusione. Giacomo Casalati, ancora ai domiciliari, è accusato di aver soffocato un uomo di 94 anni per rapinarlo
LIVORNO. Ventitré anni di reclusione al saldatore portuale Giacomo Casalati per aver ucciso, soffocandolo, il novantaquattrenne Nazzario Cerrai. Mentre per l’ex compagna Ilenia Ricci – amica e in passato badante dell’anziano, già assolta in primo grado per l’omicidio – i giudici hanno ridotto la pena, scesa dagli iniziali due anni e quattro mesi a due anni per una questione puramente tecnica: i reati contestati alla cinquantunenne, infatti, erano il furto e la ricettazione dell’oro nascosto a casa dell’ex camionista, ma per punire il primo dopo la Riforma Cartabia c’è bisogno della querela di parte e il pensionato, vittima del delitto, non poteva certo farla.
Arresti domiciliari
Ieri la corte d’assise d’appello di Firenze ha confermato, per l’operaio livornese di 48 anni, la sentenza di primo grado che nel novembre dell’anno scorso lo aveva condannato a 23 anni per omicidio volontario e rapina e a un risarcimento di 90.000 euro ai familiari (50.000 al figlio e 20.000 a ognuno dei due nipoti). Il collegio – presieduto dal giudice Alessandro Nencini – ha accolto la richiesta del procuratore generale, che aveva ritenuto sufficiente la quantificazione dei colleghi livornesi con la concessione delle attenuanti generiche equivalenti, circostanza che ha consentito al saldatore di evitare l’ergastolo. Casalati, dallo scorso gennaio, si trova agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico dopo l’accoglimento dell’istanza della sua avvocata, Barbara Luceri: dovrà tuttavia scontare la pena in carcere quando la sentenza passerà in giudicato, quindi dopo la pronuncia della Cassazione, alla quale la legale si appellerà per questioni tecniche. La donna, difesa dall’avvocato Mario Maggiolo e condannata solo per la ricettazione dei gioielli, era invece già stata scarcerata dopo aver trascorso un anno al Don Bosco di Pisa in regime di custodia cautelare.
Il delitto
L’omicidio è avvenuto il 27 agosto di due anni fa nell’appartamento dell’anziano, in via Garibaldi, con la coppia arrestata dai carabinieri dopo una settimana. Inizialmente, quando il figlio trovò il cadavere del padre in casa, si poteva pensare anche a una morte naturale, data l’età avanzata dell’ex camionista, ma il mobiletto del bagno forzato dove erano nascosti i preziosi ha immediatamente indirizzato i militari verso la pista del delitto. Il disperato bisogno di soldi per acquistare la droga spiega il movente. Casalati, dopo aver ottenuto le chiavi dell’abitazione dalla donna, si è presentato a casa dell’anziano, senza però utilizzarle e facendosi aprire spontaneamente l’ingresso, uccidendolo dopo il rifiuto del prestito. Portando via i preziosi che non sono mai stati trovati e quindi venduti, nascosti in una cassettina dietro allo specchio del bagno di casa. Cerrai, che conosceva benissimo Ricci in quanto sua ex badante, con lei era rimasto in ottimi rapporti e si sentivano e frequentavano spesso nel periodo antecedente alla tragedia. Al punto che le avrebbe prestato del denaro e – secondo l’accusa – neanche l’avrebbe denunciata dopo essersi accorto della sparizione di una somma di duemila euro nascosta sempre nello stesso posto. «La vittima – aveva spiegato il pubblico ministero Pietro Peruzzi, il titolare dell’inchiesta, durante la requisitoria – era talmente generosa che nonostante si fosse accorta dei furti, continuava a dare loro il denaro». «Casalati e Ricci rappresentavano una coppia male assortita – aveva proseguito in aula il sostituto procuratore – la loro situazione era fuori controllo, ricevevano in casa gli spacciatori e facevano un uso smodato di stupefacenti». Proprio la tossicodipendenza, secondo gli inquirenti, avrebbe spinto il saldatore a compiere il delitto. Tossicodipendenza dalla quale è guarito. È anche per questo che i giudici hanno deciso di scarcerarlo, consapevoli del fatto che i suoi legami livornesi e l’installazione del dispositivo elettronico per il controllo degli spostamenti costituiscano un deterrente all’eventuale pericolo di fuga.
Il risarcimento
Casalati – che già durante il processo di primo grado in aula aveva chiesto scusa alla famiglia di Cerrai, assistita come parte civile dall’avvocato Gabriele Rondanina, dichiarandosi pentito – dallo scorso giugno, con rate mensili, ha iniziato a pagare il risarcimento deciso dal tribunale livornese e confermato dalla corte d’appello.
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