Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Lo scienziato livornese delle zanzare: «Ecco cosa pensano quando ci pungono»

di Francesca Suggi
Lo scienziato livornese delle zanzare: «Ecco cosa pensano quando ci pungono»

Il ricercatore studia alla Rockefeller University di New York City: «Vi racconto il mio viaggio nel loro cervello, ci sono tanti falsi miti da sfatare»

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LIVORNO. Ebbene sì. Le zanzare hanno un cervello. Una mente che “pensa”. Che esprime la voglia irrefrenabile di pungere (la femmina). Che quasi dice all’uomo «Ti trovo, ti scelgo per l’odore, ti pungo non per nutrirmi ma per acquisire alcune proteine essenziali per la prole, la produzione di uova: io studiandole, ho imparato a rispettarle e spiego perché»: Jacopo Razzauti, 25 anni, un diploma in tasca al liceo Cecioni indirizzo Scienze Applicate, è un neuroscienziato livornese nella Grande Mela che di lavoro (o meglio di studi) si occupa di zanzare, di quel che passa per la testa di questi insettini di 1 cm incubo delle serate estive, vettore in alcune regioni del mondo di malattie devastanti come Zika, Malaria e Febbre Gialla.

Razzauti sfata falsi miti e dicerie popolari, spiega il carattere e le virtù (ebbene sì, ci sono) di questi animaletti importanti per l’ecosistema che lui alleva, viviseziona, colleziona (ne ha una sua personale di collezione), studia nel laboratorio di Neurogenetics and Behavior della Rockefeller University di New York City, diretto dalla luminare a livello mondiale Leslie Vosshall. Qui fa il dottorato da 2 anni.

Cresciuto col fratello Federico nel quartiere di Montenero in mezzo agli animali grazie a babbo Carlo che di mestiere fa il veterinario, abituato a leggere e sviscerare gli argomenti, doti trasmesse da mamma Sandra Mazzinghi, autrice e giornalista nel dicembre scorso, il geniaccio labronico ha avuto la copertina della prestigiosa rivista scientifica “Nature” e i riflettori del mondo sopra, insieme al suo team newyorkese per una grande scoperta sulle formiche. Insieme ai suoi colleghi ha infatti dimostrato che le formiche usano una forma di nutrizione simile all’allattamento.

«Della zanzare io studio il cervello, che è un po’ come il mio: loro hanno la mente abbastanza pigra che si attiva in base agli stimoli, come la mia», ci scherza su prima di raccontare la sua vita da giovanissimo scienziato al Tirreno e al Caffè della Scienza Badaloni, come ospite d’onore di un incontro dedicato. Da ricercatore. Da “esploratore” e maestro al microscopio di una delle specie più odiate dall’uomo.

Da Livorno a New York a studiare le zanzare e il loro cervello. Perché proprio questi insetti comunemente tanto odiati, che portano anche un sacco di terribili malattie?

«Ho sempre amato gli animali e mi ha sempre incuriosito la loro mente, la coscienza: per questo ho deciso di intraprendere gli studi di Neuroscienza e di fatto io mi definisco un neuroetologo: a New York City al primo anno ti danno la possibilità di provare vari laboratori, ho fatto quello delle formiche, poi quello delle zanzare e ho deciso di concentrarmi sullo studio del loro cervello, sfruttando le tecniche scientifiche innovative, si guardano i loro processi neurali e l’obiettivo è quello non di fare la guerra alle zanzare ma alle pericolose malattie che trasmettono grazie a sempre nuovi studi scientifici».

Ma perché le zanzare pungono alcune persone ed altre meno? Ci sono miti da sfatare come quello del “sangue dolce”?

«Più che altro c’è una visione distorta delle zanzare in sé: ci tengo a precisare che le zanzare che studio io sono della specie Aedes Aegypti, la cosiddetta zanzara della febbre gialla, perché, ripeto il fine delle nostre ricerche è quello, un giorno, grazie alle tecniche di modificazione genetica, di arrivare ad avere una trasmissione minore di malattie. Comunque tutto dipende dalla composizione chimica dell’odore della pelle dell’uomo, c’è una diversità di odori data da proporzioni chimiche differenti».

Lei spiega che pungere, per loro, è quasi un atto materno. In che senso?

«Le zanzare, sia maschi che femmine, si nutrono di nettare: le femmine pungono con la proboscide per acquisire proteine per la prole, per le uova. In questo senso è quasi un atto materno. Esistono circa 3mila specie di zanzara e alcune pungono non l’uomo ma vermi, uccelli».

Prima di pungere, ci assaggiano: è vero? Cosa vuol dire?

«Le zanzare hanno i propri ricettori sulle zampe, anche quelli gustativi; praticamente assaggiano con le zampe prima di nutrirsi, e spesso anche prima di pungerci».

Studiandole ha imparato a rispettarle. Ma non dica che non le schiaccia mai.

«Sicuramente le schiaccio anche io, ma le rispetto da un punto di vista etologico ed evolutivo: nei secoli si sono sempre evolute al punto tale da essere sempre in grado di pungere, di cercare l’uomo ovunque, atto fondamentale per la riproduzione. Sono transnazionali. La gente vorrebbe sterminarle: niente di più sbagliato, hanno un loro ruolo nell’ecosistema e nella catena alimentare, sono cibo di mammiferi, di uccelli, pesci, senza contare che impollinano anche alcune piante in determinate aree del mondo e in altre parti sono una sorta di guardiani dell’ambiente. Le rispetto molto perché da un punto di vista evolutivo sono perfette».

Riduzione delle malattie al primo posto, sicuramente: ma come facciamo a proteggerci dal fastidio delle loro punture? Che ruolo hanno i repellenti?

«In realtà il mio dottorato, il mio progetto è dedicato a capire i meccanismi dei repellenti, capire per bene come funzionano, per migliorarne l’efficacia perché ad oggi non si sa su cosa vanno a incidere, se nascondono alla zanzara la presenza delle persone, se creano all’insetto confusione, se simulano odori amari che creano repulsione. Sicuramente le zanzare femmina sentono l’ uomo e c’è questa forza irrefrenabile di pungere: il loro cervello è ottimizzato per questo».

A ottobre sarà in Sardegna ad un prestigioso convegno a tema per presentare il suo “ostello delle zanzare”.

«È una camera comportamentale, una scatola in acrilico trasparente: dentro c’è una zanzara che verrà esposta a una combinazione di stimoli, ovvero odore umano e repellenti, con concentrazioni diverse. Riprendo tutto con una video camera, poi uso l’intelligenza artificiale per tracciarne tutti i movimenti, le traiettorie, le punture e poi analizzo il tutto: vorrei arrivare a capire se esiste un comportamento in grado di predire se pungerà».

E dopo le zanzare?

«Mi piacerebbe studiare un altro animale non modello, ovvero la medusa: io adoro il mare, è quello che mi manca di più a New York City»

Prima di New York era in Scozia.

«Mi sono laureato in Neuroscience in Scozia, all’Università di Dundee nell’estate del 2021. Ho scelto la Scozia perché al tempo (Pre-Brexit) non si pagavano le tassi di istruzione se eri europeo. In Scozia ho avuto molte opportunità: ho studiato i lemuri nella giungla del Madagascar nel 2018, ho fatto un intero anno in Canada a studiare fisiologia e antropologia. Sempre nel 2021 ho iniziato il mio dottorato in neurogenetica alla Rockefeller University di New York, dove lavoro attualmente.

Le manca la sua città?

«Qui in America gli standard di ricerca universitaria sono molto alti e si lavora molto bene. Abito nell’Upper East Side e faccio una vita che mi piace. Ogni anno collaboro anche con la Mars Society per studiare gli insetti, specialmente le zanzare, nel deserto dello Utah, esperienza fantastica. Di caratteristiche livornese che mi sono portato dietro c’è sicuramente il grande spirito di adattamento, per il resto a parte il mare e la famiglia non mi manca niente. Alla mia fidanzata che abita in Florida ho comprato un libro su Livorno e le ho raccontato delle teste di Modigliani, alcune sue opere sono al Moma museum, quando vado mi sento un po’ a casa».

Tornerà a Livorno?

«Forse da pensionato».

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