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Il personaggio

Livorno, la polizia perde una colonna. Dotto va in pensione: «Lo stadio? La mia vita»

Stefano Taglione
Giampaolo Dotto
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Giampaolo Dotto

Il sostituto commissario della digos lascia la questura. Si chiude un'epoca: «Il dialogo al primo porto, rispetto chiama rispetto»

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LIVORNO. Trentasette anni fa, quando al suo primo incarico venne assegnato alla digos di Livorno, la nostra città non la conosceva affatto. Oggi, al secondo giorno di pensione, ne è parte integrante. Da Latina, dove è nato e ha vissuto la prima parte della sua vita, di chilometri ce ne sono tanti. E non solo: «Una realtà profondamente diversa, non solo politicamente. Livorno, se umanamente la conosci, non puoi non amarla».

Giampaolo Dotto, colonna della questura, con il 31 agosto ha concluso la sua carriera professionale. Sempre alla digos, in particolare allo stadio, al seguito dei tifosi. Per impedire i disordini nei momenti più caldi. «Ma sempre nel rispetto reciproco – racconta – perché rispetto chiama rispetto, odio chiama odio, e io ho sempre rispettato e aiutato tutti. Quando qualcuno è stato colpito da un provvedimento o diffidato, è perché era già stato richiamato almeno due o tre volte con le buone. L’extrema ratio, come può essere un arresto, è una sconfitta per la società e va assolutamente evitata». Con la polizia «di brutte situazioni ne abbiamo evitate tante. Non si vedono, dato che non sono mai accadute, ma ci sono state. Ricordo che quando ci fu la prima partita fra Hellas Verona e Livorno, in trasferta, il responsabile dell’ordine pubblico del Bentegodi disse a noi agenti labronici che uno striscione andava rimosso, altrimenti la polizia sarebbe entrata nel settore ospiti a toglierlo con la forza. Io prediligo il dialogo, non certo la forza. Con calma, e con molto dialogo, siamo riusciti a convincere i supporter amaranto a toglierlo. E non è successo niente di spiacevole».

L’assalto alla prefettura di oltre dieci anni fa, quello messo in atto da centinaia di antagonisti, è invece «qualcosa che non doveva accadere. «Per noi è stato un fallimento – commenta l’ex agente della divisione investigazioni generali e operazioni speciali – perché se queste cose accadono, vuol dire che la prevenzione non è bastata. Significa che non siamo riusciti a lavorare bene. Noi siamo stati in prima linea sia per l’ordine pubblico, sia nel dibattimento in tribunale. C’è stata una pesante condanna, ma è stata una grande sconfitta: alla digos siamo abituati a far sì che le cose non accadano, e quando non succedono è vero che non si notano, ma l’obiettivo è quello e per noi è sempre una grande soddisfazione quando evitiamo che le situazioni spiacevoli capitino». Un esempio sono gli sventati disordini in seguito alla morte di Denny Magina, il ventinovenne precipitato in circostanze non ancora chiarite dal quarto piano di un palazzo di case popolari in via Giordano Bruno, alla Guglia. «In quei giorni la situazione in città era esplosiva – conferma Dotto, che recentemente era stato promosso sostituto commissario – Una vera e propria polveriera non facile da gestire».

Quando ha smesso di fare servizio assiduamente allo stadio Dotto ha ripreso a studiare. Si è laureato in psicologia all’Università di Pisa, prendendo anche un master in criminologia. Materia che gli è servita tantissimo per il suo lavoro. «Spesso qualche mio collega mi diceva: “Occhio a questa persona, perché non ha niente da perdere”. Io allora gli rispondevo: “Diamoglielo noi qualcosa da perdere”, come ad esempio un lavoro. A livello sociale abbiamo operato nel limite del possibile, trovando un’occupazione a queste persone, che poi si sono rimesse in carreggiata. Anche per noi non è facile: gestire tutte queste emozioni è un grande stress, perché te lo porti dietro e non hai il supporto che ti servirebbe. Comunque il problema di oggi non sono certo gli ultrà, ma la violenza giovanile e il degrado senza freni inibitori. Certe cose non le puoi prevedere, mentre la mentalità ultrà forse sì».

Il futuro di Dotto sarà nel sociale, ma non nell’associazionismo. «Svelerò il piano al momento opportuno – conclude – La mia dote è quella di riuscire a toccare le corde giuste per tranquillizzare gli altri ed è un’esperienza che non penso sia giusto perdere. Per questo andrò avanti. Mi avevano proposto di fare sicurezza, ma ho detto di no. Poi ho mia figlia, nove anni, la mia benzina». l




 

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