Gioco
Livorno, il recupero all’Accademia: «Così torneranno a splendere àncora e timone»
Il fabbro Andrea Gentili racconta il suo lavoro
LIVORNO. Il bisnonno si chiamava Guido. Enzo era invece il nonno e Lido il babbo. E poi c’è Andrea, quarta generazione di una famiglia livornese di fabbri che si sono tramandati il mestiere. Classe 1974, Andrea Gentili è perito meccanico, rappresenta la AG Acciaio e Progetti, e porta avanti il mestiere di famiglia. E lo fa così bene che lo chiamano per restaurare ’ferri’ pregiati da maneggiare con grande cura, ovvero manufatti che raccontano pezzi di storia di Livorno.
In questo momento, mentre fervono in Accademia Navale una serie di grandi lavori di ristrutturazione nel segno della sostenibilità, Gentili ha avuto un incarico importante: si tratta del restauro del simbolo dell’Accademia, il timone e l’àncora sormontati da una corona che da mezzo secolo ornano la facciata del Palazzo Studi che si apre sul viale Italia all’altezza di S. Jacopo. Questo Palazzo è il cuore della preparazione dei futuri ufficiali della Marina Militare. Qui si seguono le lezioni, si studia, si sperimenta, si imparano le stelle e le costellazioni riprodotte sulla volta del planetario.Proprio in questi giorni, passando sul lungomare davanti al Palazzo Studi, si nota - al posto del simbolo dell’Istituto - una grande lastra di metallo, posizionata dalla ditta Bolloni Costruzioni, sulla quale è stato applicato un adesivo che riproduce il logo.
«Resterà lì fino a quando non provvederemo al riposizionamento di timone e àncora - spiega Gentili - che stiamo sottoponendo ad un approfondito restauro». Un lavoro che vede impegnati con Gentili, due collaboratori esperti come Paolo Bufalini e Alessandro Trocar, che stanno curando ogni centimetro quadrato del manufatto.«Il simbolo dell’Accademia che orna il Palazzo Studi è alto 4 metri per 2,90 di larghezza. Si tratta di un oggetto in alluminio composto da 21 pezzi più la corona. Quest’ultima la restaureremo in opera in quanto non si vedono i punti di ancoraggio al muro e cercando di toglierla, c’è il rischio che possa subire qualche danno».
Per provvedere al restauro, fortemente voluto dal contrammiraglio Lorenzano Di Renzo, comandante dell’Accademia Navale dall’autunno dello scorso anno, il grande logo è stato smontato e trasferito nei capannoni della Carpenter (la ditta storica della famiglia Gentili) in zona Calambrone. «Abbiamo spazzolato tutti gli elementi, facendo riemergere la lucentezza dell’alluminio - prosegue Gentili - e quindi procedendo al trattamento del metallo. Alla fine àncora, timone e corona saranno dipinti con un colore simile a quello del bronzo brunito. La tinteggiatura, o meglio la formula della pittura, è stata studiata da Marco Bonetto e Massimo Bertozzi della Bonsignori Vernici. Timone e àncora, che si incastrano l’uno con l’altra, verranno riposizionati sulla facciata del Palazzo Studi con l’ausilio di una gru. Credo che nel giro di un mese il grande stemma tornerà a risplendere, ben visibile a tutti quelli che passano da lì».
In questa fase si sta anche cercando di ricostruire, attraverso gli archivi della Marina Militare e dell’Accademia, la storia del manufatto che risale al periodo in cui - come accennato sopra - fu costruito il Palazzo Studi, alla fine degli anni Sessanta. Sempre in Accademia, di recente, Andrea Gentili ha restaurato anche una delle colonne in ghisa del cancello di ingresso lato S. Jacopo, che necessitava di un intervento di ripristino e consolidamento.«Di cancelli storici, a Livorno, ne abbiamo recuperati diversi - prosegue - il nostro intervento, sotto la vigilanza della Sovrintendenza, è stato chiesto per riportare a nuova vita il cancello del cimitero ebraico di viale Ippolito Nievo. Poi abbiamo smontato, restaurato e riposizionato in loco quello, sicuramente di inizio Novecento, che si per accedere allo scalandrone di piazza della Repubblica. Un intervento che ha interessato anche la rimessa a norma del parapetto che scende verso il Fosso. E infine dopo averlo smontato, abbiamo restaurato anche la cancellata principale, sormontata da un architrave in ghisa decorata, del cimitero greco ortodosso di via Mastacchi».
Ma quando, Andrea Gentili, si è scoperto la vocazione del fabbro? «Che si tratta del mestiere di famiglia lo abbiamo già detto - risponde - per cui il richiamo è stato precoce. Avevo quindici-sedici anni, andavo a scuola, e il pomeriggio mi trasferivo nella bottega di famiglia. Guardavo, mi interessavo e imparavo il lavoro. Babbo mi aveva messo accanto al capo officina ed era proprio lui a insegnarmi i segreti del mestiere. L’odore del ferro l’avevo dentro e non poteva essere diversamente. Del resto ancora mio nonno accendeva la forgia, scaldava il ferro e poi lo lavorava con incudine e martello. Un lavoro altamente artigianale e di grande valenza, che però è andato perduto».Oggi, infatti, tutto è cambiato. «Certo, siamo sempre in grado di fare cancelli, recinzioni, balaustre artigianali. La nostra specializzazione è la carpenteria. Ma per fare un ricciolo, è un esempio, occorrono ore e ore di lavoro. Un decoro semplice può costare, se fatto artigianalmente, diverse centinaia di euro.
Oggi ci sono quelli già pronti: costano un quinto, sono realizzati industrialmente, ma non hanno certamente il valore aggiunto del fatto a mano. I fabbri di famiglia sono nati artigiani (in un fondo di via del Testaio), come decine e decine di altri. La tecnologia avanza, ma nessuno ha difeso con forza il lavoro artigianale contro il consumismo. Peccato, perché certi mestieri, in questo modo, sono destinati a sparire. Fra cinquant’anni credo che anche nel nostro settore sopravviverà chi farà le manutenzioni, non certo il fabbro come si intendeva una volta e come sarebbe bello si potesse intendere ancora oggi. Penso a Livorno di essere uno degli ultimi, se non l’ultimo. A lavorare il ferro battuto a livello artistico è rimasto Filippo Quochi. È probabilmente l’unico che accende ancora la forgia».
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