Il Tirreno

Livorno

Il racconto

La Livorno di Ninetto Davoli: torta, Mercato e la Venezia: «Ma quanto è bella»

di Gabriele Benucci
La Livorno di Ninetto Davoli: torta, Mercato e la Venezia: «Ma quanto è bella»

In giro per la città con l’attore che conquistò Pasolini: «Simpatia travolgente». E la gente che lo ricambia tra foto, battute e saluti

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LIVORNO. «Ciao Ninetto, ecco il giornale con l’intervista». «Ciao Gabbriè, bravo». Si siede nella hall dell’albergo, apre Il Tirreno e comincia a scorrere l’articolo. Poi richiude il giornale, alza i suoi occhi furbi verso di me e mi fa: «E mo ‘ndo me porti?». Comincia così la giornata in compagnia di Ninetto Davoli, uno degli ospiti più attesi e apprezzati dell’Effetto Venezia appena trascorso e dedicato, manco a dirlo, al cinema. Ci siamo già incontrati la sera prima, con Ninetto. Lo abbiamo intervistato e fatto intervistare, seguìto nel talk sul suo rapporto col cinema di Pasolini e poi abbiamo cenato insieme.

Sentirlo raccontare è stato come essere proiettati indietro, verso un’Italia che sembra appartenere ad un altro universo. Se non fosse che il costante richiamo a “Paolo”, come lo chiama Ninetto, ci ricorda sempre quanto Pasolini sia stato capace di interpretare il suo presente e anticipare il futuro in cui viviamo.

Un amore puro e incondizionato quello per il maestro, l’amico, il regista, il poeta. A distanza di quasi cinquant’anni dalla sua scomparsa, Ninetto ne parla con un trasporto che ce lo rende quasi visibile.

Poi ci mostra le foto: con Maria Callas, con Moravia e Dacia Maraini, con Massimo Troisi, Carlo Verdone e tanti altri compagni della nazionale attori. La maggior parte delle immagini ritraggono ovviamente Pasolini, compresa quella in cui tiene in braccio il figlio di Ninetto che porta il suo stesso nome, in una foto dove sorride rilassato e felice come poche volte lo si è visto. Gli chiedo se conosce Livorno, ma no, non l’ha mai visitata.

Pasolini invece c’era stato e nel ’59 aveva scritto un ritratto vivido della sua gente. Googolo e glielo leggo. L’incipit recita: “Livorno è la città d’Italia dove, dopo Roma e Ferrara, mi piacerebbe più vivere. Lascio ogni volta il cuore sul suo enorme lungomare, pieno di ragazzi e marinai, liberi e felici”.

Mentre ci alziamo da tavola, è già cominciata la proiezione di Uccellacci e uccellini”. Ninetto si ferma davanti alle immagini di lui che scorta un Totò ormai quasi cieco in giro per paesaggi brulli e contrastati di un magnifico bianco e nero. Esattamente il contrario dei colori della festa in cui ci immergiamo poco dopo: quella dei Fossi illuminati di migliaia di lampadine e strade affollate di gente immersa nelle proiezioni sulle pareti dei palazzi. Ninetto è felice di questo primo incontro con Livorno. La città lo ricambia: chi lo chiama, chi lo saluta, chi gli chiede una foto. E Ninetto c’è per tutti, nessuno escluso. Forse perché questo tuffo nell’anima più vera di Livorno gli si confà.

Ricordandomi di questo, la mattina dopo, lì nella hall dell’albergo, la risposta a Ninetto mi viene facile: andiamo al Mercato Centrale. Ci ho preso: la cosa lo interessa. Partiamo. Quando arriviamo, il suo stupore di fronte alla bellezza della struttura è superato solo da quello che scopre all’interno. Ma non è facile muoversi tra la gente. In tanti lo riconoscono, ai pochi che non ci riescono ci pensa lui a rinfrescare la memoria con qualche scambio di battute folgoranti in puro romanesco. E allora sono di nuovo strette di mano, foto, ringraziamenti. E risate, tante risate. Perché la sua simpatia è travolgente e quello che è chiaro a me che osservo con discrezione, è che la gente gli vuole bene, di quell’affetto vero e popolare di cui i livornesi sono ancora capaci.

Ninetto lo vuole girare tutto il mercato, e non solo quello coperto, anche piazza Cavallotti. Giacché siamo lì, come non approfittare per fargli assaggiare la torta di ceci. Dentro la bottega di Gagarin, manco a dirlo, fa di nuovo capannello e quando ne esce ha in mano un vassoio e una spuma rigorosamente offerti: ha appena imparato che quella prelibatezza che sta mangiando si chiama “torta di ceci” e non cecìna, con buona pace dei cugini pisani. Intanto è quasi ora di pranzo. Mi viene naturale: «Ninetto, andiamo a mangiare a casa?». «E come no».

 

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