Canoni in porto, i terminal livornesi a rischio stangata. «Assurdo salire del 25 per cento»
Assimprese: il governo non ha ancora sanato, non si lascino sole le imprese
LIVORNO. I mesi passano. L’ultimo Consiglio dei Ministri non ha risolto la questione, pur inviando all’Europa una norma che punta a farlo. E se nel frattempo non cambierà nulla, anche l’Autorità portuale livornese in autunno chiederà ai terminalisti di pagare gli aumenti a due cifre sui canoni concessori già previsti da inizio anno. Una stangata – il 25,15 per cento – frutto del meccanismo automatico con cui ogni anno il ministero dei Trasporti aggiorna il canone che le Authority devono fatturare ai terminal.
Così le imprese portuali tornano a farsi sentire, mettendo l’accento sulla possibile ricaduta su tutto il sistema di un aumento di questo tipo. «Non poteva non provocare apprensione – interviene Federico Barbera, presidente di Assimprese – la decisione del Consiglio dei Ministri di questo fine settimana di non produrre il decreto per sanare, almeno in parte, l’assurda decisione di aumentare i canoni concessori del 25 per cento calcolato sul costo base al metro quadro stabilito dalle singole Autorità di sistema. Con i moltiplicatori percentuali andremo ben oltre il 35 per cento degli attuali costi, con importi spropositati a qualsiasi metro di paragone si voglia sottoporre il provvedimento». Il canone varia infatti in base al tipo di area, all’utilizzo che ne viene fatto, ai metri quadri. Nessuno lo dice ufficialmente, ma a quanto risulta al Tirreno, tra i venti terminalisti livornesi c’è chi paga 500-600mila euro di concessione e chi arriva a 4 milioni all’anno, dipende dagli spazi. E su un canone medio di un milione, un aumento del 25 per cento vale 250mila euro.
«Tali importi – riprende Barbera guardando agli aumenti percentuali previsti – oltre che azzerare gli indispensabili utili per il sostegno finanziario in equity delle aziende, impedirà investimenti in rinnovamento tecnologico, quanto mai indispensabile nel nostro scalo, implementazione dei sistemi informatici, anch’essi non rinviabili, adeguamenti dei sistemi energetici, che ormai devono mirare all’impatto zero sul clima e sull’inquinamento dell’aria e del mare. Ma non solo. Ciò potrebbe avere anche un negativo impatto sui rapporti industriali e contrattuali tra imprese e lavoratori che, da una parte, non possono aggravare i costi finanziari già altissimi per ulteriore ricorso al sistema bancario e, dall’altra, dalla necessità di porre rimedio al carovita, ormai a limiti inaccettabili e incontrollati». E «certo non fa ben sperare neppure il silenzio con cui questa situazione viene trattata dai sindacati, quasi che i problemi delle imprese non fossero anche problemi dei lavoratori». «Le imprese terminaliste – dice – faranno il loro dovere e non si tireranno indietro, ma occorrerà che le istituzioni, le organizzazioni di categoria e dei lavoratori facciano quadrato intorno al porto e facciano sentire la loro voce. Questa volta non sarà possibile trovare soluzioni tipo Seatrag dove un'impresa è stata chiamata a farsi carico anche del non dovuto, per salvaguardare l’interesse generale».
Cosa può accadere ora? Da una parte è notizia di questi giorni che il ministro Salvini ha inviato alla Commissione europea una norma che punta a rendere più omogeneo e sostenibile il calcolo dell’incremento Istat relativo ai canoni portuali, partendo dall’assunto che «l’aggiornamento è stato applicato in maniera disomogenea sul territorio nazionale, con gravi effetti sulla concorrenza tra concessionari in porti gestiti da diverse Autorità portuali». Dall’altra, con un’ordinanza di luglio, il Consiglio di Stato ha congelato il decreto sull’aumento dei canoni demaniali relativamente a un ricorso presentato al Tar del Lazio.
Ecco perché il segretario generale dell’Authority livornese, Matteo Paroli, prima chiarisce che il canone provvisionale chiesto a inizio anno da Palazzo Rosciano ai terminalisti è stato conteggiato senza l’aumento, quindi fino a oggi non c’è stato rincaro. Poi spiega che a questo punto «si attende o la sentenza di merito del Tar Lazio o un intervento del governo». In assenza di queste, «entro fine anno dobbiamo applicare il decreto ministeriale». Che vuol dire che le lettere che arriveranno a ottobre ai terminalisti potranno contenere gli aumenti.
Fino a oggi, almeno in anni recenti, non si era mai superato il 7 per cento, dopo il covid c’era semmai stata qualche lieve riduzione dei canoni.
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