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Pescucci, la costumista degli Oscar a Effetto Venezia: «Amo Gilliam, Burton, Scola, Fellini»
La signora degli abiti del cinema mondiale si racconta tra grandi storie e aneddoti. «Non creo, faccio. C’era una volta in America di Leone, il film di cui sono più fiera»
Livorno «Sia ben chiaro. Io non creo, io faccio». Su questo assioma si fonda tutta la filosofia lavorativa di Gabriella Pescucci, la costumista livornese delle star, che partendo da Rosignano Marittimo ha scalato le vette più alte del cinema, arrivando a vincere l’Oscar. E che stasera si racconta in piazza del Luogo Pio.
Lei spesso racconta di aver ricevuto l’illuminazione per quello che poi sarebbe diventato il suo mestiere dalla visione di un film “Scarpette rosse”. Fu davvero così?
«Verissimo. Ero una bambina abbastanza solitaria, disegnavo molto, e quel film mi fece impazzire. Non so perché mi venne la voglia di cinema. Allora ho cominciato a studiare e ci fu una professoressa di Livorno, la signora Valori di disegno, che consigliò ai miei genitori di mandarmi a Firenze, all’Istituto d’Arte. Loro mi mandarono. Poi da lì andai all’Accademia di Belle Arti. Senza finirla, perché stava arrivando il’68 ed era tutto incasinato. Allora, con una cartella sottobraccio, arrivai a Roma».
Quale fu il suo impatto con la capitale?
«Era una città bellissima, non caotica come oggi. E quando sei giovane sei sempre positivo e ottimista».
Il suo primo film?
«Il mio sogno era lavorare con Piero Tosi, un grande costumista, quello di Luchino Visconti per intenderci. Però non avevo il coraggio. Mi sembrava troppo. Dopo l’ho conosciuto e sono stata la sua assistente per la “Medea” di Pasolini. E di lì è cominciato tutto».
Poi arriva l’incontrò con Federico Fellini
«Persona molto intelligente e schivo. Parlava poco. Nel film la città delle donne gli chiesi: “le femministe come le vuoi? ”. E lui rispose “Pensa alla marmellata”. Non lo dimenticherò mai! ».
Ed Ettore Scola?
«Anche lui l’ho adorato. Il suo film “La famiglia” è bellissimo. Simpatico, colto, ci ho lavorato bene».
Lei ha lavorato anche nel capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”.
«Il film del quale sono più orgogliosa di aver fatto. Non invecchierà mai».
Che atmosfera si respirava su quel set?
«Rammento una gran fatica, lo posso assicurare. Però siamo stati bene in America: c’era Tonino Delli Colli, una grande direttore di fotografia. Sono stata fortunata ad aver sempre incontrato grandi talenti».
Come descrive il suo lavoro?
«L’abbigliamento è importante: da quello si capiscono tante cose. La più ovvia è la classe sociale. Una lettura da psicanalista. E di conseguenza tutto questo va riportato nei personaggi dei film».
Lei ripete, non creo ma faccio.
«Detesto la parola creare: ha creato Michelangelo, la Cappella Sistina. Noi facciamo. Con attenzione minuziosa: le sarte spesso mi chiedono “Gabriella ma sei sempre qui? ”. Fare un vestito è un po’come costruire una piccola casa. Ed è una cosa che mi entusiasma ancora, nonostante l’età»
E il cinema americano?
«L’America è un paese difficile. Infatti alla fine sono rimasta in Italia e aspetto gli americani qui».
L’emozione del trionfo agli Oscar, col film “L’età dell’innocenza” di Martin Scorsese?
«Consegnandomi la statuetta Sharon Stone disse: “stasera ci devi dormire insieme”. Il premio più importante».
Dalla provincia italiana, alle vette di Hollywood, come ci si sente?
«Piccole, piccole».
E Tim Burton, col quale ha fatto “La fabbrica di Cioccolato”?
«Lo adoro al pari di Terry Gilliam. Gilliam è pazzesco non si ferma mai».
E con gli attori che rapporto ha?
«Professionale. Il mio lavoro è aiutarli ad entrare nel personaggio»
Qualche nome?
«Johnny Depp. Meraviglioso. Sta facendo un film su Modigliani».
Un consiglio per chi vuol intraprendere la sua professione?
«Studiare molto, parlare poco. Oggi c’è maggiore facilità a documentarsi, è più facile».
E Livorno?
«Vengo spesso, abitando a Rosignano. Sono piena di amici di infanzia».
Virzì?
«È adorabile. Il suo “Siccità” è meraviglioso».
Il prossimo progetto?
«Ne ho diversi. Anche la serie “Domina”, sull’imperatore Augusto. La televisione è complessa, Tutto più veloce». l
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