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Il personaggio

«Sul set con Pasolini, Totò, Citti». Ninetto Davoli a Effetto Venezia porta i big del cinema

di Simone Fulciniti
«Sul set con Pasolini, Totò, Citti». Ninetto Davoli a Effetto Venezia porta i big del cinema

Il ragazzo di borgata che conquistò l’intellettuale si racconta tra storie e aneddoti: «Non avrei mai immaginato di fare l’attore: oggi faccio solo quello che voglio»

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LIVORNO. “Effetto Venezia” e un incontro speciale. In Fortezza Vecchia, con l’attore Ninetto Davoli, icona del cinema di Pier Paolo Pasolini; il ragazzo di strada diventato famoso, pur rimanendo se stesso. Davoli ha lavorato con i più grandi, ha vissuto un periodo straordinario, prendendo parte ad alcuni film ancor oggi osannati e discussi, frutto del genio dell’ intellettuale bolognese. Negli ultimi anni “Ninetto” è diventato ambasciatore del verbo “pasoliniano”, viaggiando in Italia e nel mondo.

Davoli, è mai stato a Livorno?

«Mai. Questa è la prima volta a Livorno. Però so che è una bella città, e mi ha fatto piacere la chiamata».

Parlerà di Pier Paolo Pasolini: lui enorme intellettuale, lei ragazzino di borgata. Cosa vi unì così tanto?

«Eravamo uniti, perché Pier Paolo aveva cominciato col film “Accattone” a concentrarsi sulle periferie romane. Per capire quel tipo di cultura che non conosceva. Io facevo parte di quel mondo. Non ci sono state motivazioni particolari. Lui con me ha potuto approfondire quel tipo di realtà».

Ricorda il primo giorno di set?

«Fu molto emozionante. Avevo una piccola parte nel “Il vangelo secondo Matteo”. Non la volevo fare, ero intimidito mi vergognavo. Avevo 16 anni e per me il cinema era una cosa estranea. Non avrei mai immaginato di fare l’attore. Provai un grande imbarazzo davanti alla macchina da presa».

Ma l’anno successivo?

«Feci “Uccellacci e uccellini” con Totò. Una cosa sconvolgente: io Totò andavo a vederlo al cinema. E quando Pasolini mi offrì quel ruolo, che ancora una volta non volevo fare, provai un’emozione forte; perché trovarmi a lavorare con un attore del genere, fu bellissimo. Totò fu carino, gentile, affettuoso nei miei riguardi: abbiamo legato e ci siamo trovati bene. Con lui ho fatto altre cose, eravamo diventati un duo affiatato. Una bella coppia».

Vero che Totò a volte dimenticava le battute?

«No. Non se le dimenticava. Ogni tanto le trovava complicate. Essendo un attore spontaneo, che inventava, quando si è trovato di fronte a Pasolini, con una sceneggiatura belle chiara, non era abituato. Capitava che gli venisse difficile dirle».

Poi i fratelli Citti

«Il primo che Pier Paolo conobbe fu Sergio, il futuro regista. Poi attraverso lui anche il fratello. E seguendoli attraverso le borgate, con i loro movimenti e i loro istinti, girò “Accattone”. Franco aveva una faccia stupenda. Anche loro facevano parte del nostro mondo periferico di Roma».

Lei ha lavorato anche con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia

«Con loro ho fatto “Che cosa sono le nuvole?” . Volevano fare del cinema diverso, ma erano legati ad un certo tipo di comicità. Pertanto con Pier Paolo erano in imbarazzo, perché si trovavano di fronte un intellettuale, e non un regista. Avevano un grande rispetto, delicatezza e quasi paura di parlare. Due parsone carine: Franco uno schianto, Ciccio più serio. Personaggi così, sono irripetibili. Pasolini disse che Franco con la sua mimica facciale non aveva eguali al mondo. Venivano usati male, come venne usato male Totò, che di film belli ne ha fatti pochi».

Il suo film, interpretato, preferito? «Sono molto legato a “Uccellacci e Uccellini”: fu il mio primo, avevo una faccetta simpatica. Mi ricorda l’infanzia, l’impatto con questo mondo, l’incontro con i grandi maestri. Mi piace un po’ più degli altri».

Il momento della svolta?

«La pubblicità Saiwa, col personaggio di Gigetto il fornaio. Che ho fatto dal 1971 al 1983: una manna dal cielo, sono entrato nelle case, mi dette grande popolarità. E da lì sono partito».

Nonostante il successo e i tanti film, è rimasto sempre lo stesso ragazzino scanzonato. Come ha fatto?

«Non c’è un perché. Ho vissuto una vita talmente semplice, e piena di difficoltà con i miei, che poi, avendo conosciuto Pasolini, Moravia, la Morante e i grandi personaggi, mi sono reso conto che la realtà vera è quello che sei. Perché se fai finta di essere un altro non ottieni nulla. Sono contento così».

L’anno scorso le celebrazioni per il centenario di Pasolini. Ma lei si è defilato

«Volutamente. Perché non ritengo giusto ricordare Pier Paolo a cento anni dalla nascita. Ci sarebbe tanto da dire, contro tante persone, contro il mondo intero. E mi fermo qui. Non ho voluto partecipare»

E Ninetto Davoli oggi? Che fa?

«Mi offrono continuamente sceneggiature, ma mi viene difficile accettare dei film che non mi piacciono. Preferisco fare quello che voglio, quello che mi sento. Andare in giro a raccontare Pier Paolo e il suo cinema. Ho fatto “Ballando con le stelle”, è stato divertente perché non avevo mai ballato. Il resto lascia il tempo che trova. Preferisco così».
 

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