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Livorno, il mago della robotica che regala il tatto con i magneti: «Così una protesi dà speranza agli amputati»

di Claudia Guarino
Livorno, il mago della robotica che regala il tatto con i magneti: «Così una protesi dà speranza agli amputati»

Il Sant’Anna studia un nuovo approccio alle protesi. E nel team c’è un giovane livornese: «È stata una bellissima esperienza e i risultati sono incoraggianti»

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LIVORNO.  Le dita artificiali si muovono, sulla traccia dell’impulso inviato del cervello. Una alla volta, lentamente. Oppure tutte insieme. Si aprono e si chiudono. Si aprono e si chiudono. Afferrano un oggetto. Poi lo appoggiano altrove. Poi ricominciano da capo. Con una connessione, quella tra bionico e biologico, creata attraverso una “cerniera” di sei piccoli magneti. «E la grande sfida è quella di riuscire a far sì che una persona amputata possa utilizzare e percepire una protesi in maniera naturale». Cioè che chi non ha più una mano possa riuscire a controllare intuitivamente la protesi e a “sentire” gli oggetti toccati con essa. Ecco il cuore dello studio realizzato all’istituto di biorobotica del Sant’Anna, a Pontedera, a cui ha lavorato anche il trentunenne ricercatore livornese Valerio Ianniciello. «È stata una bellissima esperienza – racconta lo studioso – e i risultati sono incoraggianti». Ma andiamo con ordine.

Tutto nasce qualche anno fa quando l’European Research Council finanzia con un milione e mezzo di euro il progetto Myki del professor Christian Cipriani. Myki, come si legge sul sito del Sant’Anna di Pisa, «mira a sviluppare e a valutare clinicamente una protesi di mano con sensori tattili che è controllata e percepita in modo naturale dall’amputato». Il tutto attraverso «un sistema di interfaccia macchina-uomo basato sui principi del campo magnetico, in grado di decodificare i comandi di motori volontari e trasmettere feedback sensoriali all’individuo». Ed è qui che entra in gioco il ricercatore livornese, che partecipa al progetto dal 2018.

«Ho sviluppato – dice Ianniciello – una scheda elettronica che, acquisendo e decodificando il campo generato da dei piccoli magneti impiantati nel moncone, riesce a interpretare l’intenzione dell’amputato e a controllare la mano robotica». In sostanza funziona così: «Nell’approccio classico vengono utilizzati due elettrodi per aprire e chiudere la mano che sono applicati rispettivamente sui muscoli flessori ed estensori dell’avambraccio. Ma in questo modo è difficile controllare le singole dita, perché ci sono solo due segnali: quello di apertura e quello di chiusura. La mano si comporta quindi come una pinza». I ricercatori del Sant’Anna, invece, hanno inserito sei magneti «nei muscoli residui dell’avambraccio e, utilizzando questi magneti come marcatori, li abbiamo localizzati attraverso il sistema elettronico che ho sviluppato». In pratica i magneti si spostano quando si contrae il muscolo, il sistema elettronico registra questi spostamenti e li trasmette alla protesi. Ed ecco il movimento delle dita. «Abbiamo impiantato sei magneti in una persona e abbiamo visto che il sistema riusciva a riconoscere i movimenti dei muscoli e così a guidare diverse prese con la protesi». Ma c’è di più.

«Utilizzando delle bobine abbiamo applicato un campo magnetico esterno che ha fatto vibrare i magneti dentro il muscolo per capire che tipo di sensazioni poteva provare l’amputato. Abbiamo visto che lui percepiva queste vibrazioni nel muscolo, dunque vuol dire che potrebbero fornire un ritorno di tipo tattile». Una nuova frontiera della ricerca, insomma, che è stata raccontata anche su Rai1, nel programma Noos con Alberto Angela. Ma un esperimento del genere potrebbe essere fatto anche su una gamba? «Sarebbe anche più facile per le gambe – dice Ianniciello – anche perché ci sono meno muscoli. Mentre con la mano la sfida è più grande perché nell’avambraccio ci sono ben 20 muscoli, tutti molto piccoli. Esistono anche altre tecnologie che mirano a restituire una sensibilità di qualche tipo agli amputati, ma il nostro è un approccio che si sta dimostrando molto valido». E chiaramente il giovane ricercatore – che ha lavorato al progetto con Marta Gherardini, Federico Masiero, Daniele D’Accolti, Flavia Paggetti, Katarina Dejanovic, Eliana La Frazia, Mattia Gentile, Camilla Schirru – è soddisfatto. «Il prossimo passo sarà rifare l’esperimento correggendo il tiro: mettere più magneti e controllare la protesi (che è prodotta dall’azienda Prensilia, ndr) in modo ancora più preciso».l

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