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Campolongo, una livornese al vertice del digitale all’Unione Europea. «Ma non scordo Baracchina e Pielle»
La manager è la nuova direttrice al Centro di ricerca dell’Ue: «Sono sempre stata secchiona. Mia sorella Claudia è l’artista di casa, io quella schematica»
LIVORNO. «Sono sempre stata la secchiona di casa, rappresento la vena scientifica della famiglia: sono figlia della prof di matematica Grazia Pelleschi e fin da piccola ho amato quella materia». Oggi la ricercatrice Francesca Campolongo, classe 1970, grazie a quella passione è arrivata lontano.
Da Livorno che ha lasciato a 23 anni, passando da una borsa di studio alla Griffith University di Brisbane, Australia, fino ad arrivare nei giorni scorsi alla nuova, prestigiosa euronomina. Quella di direttrice di un nuovo direttorato all’interno del Centro comune di ricerca dell’Unione Europea, che si occuperà di dati e trasformazione digitale.
Una posizione di alta dirigenza ed estrema responsabilità. «Per me è un grande orgoglio», dice con soddisfazione.
Campolongo, da oltre vent’anni impegnata nel campo della ricerca, sposata con un collega romano: ha due figlie nate in Lombardia, e una passione smisurata per il golf e i viaggi.
Così spiega la sua super posizione. «La trasformazione digitale sta cambiando il mondo. Un cambiamento che porta benefici, ma anche dei rischi: spesso, ad esempio quando acquistiamo cose online, inseriamo i nostri dati, e così siamo esposti a tracciamento. Basta fare una ricerca su Google, che poi ci viene proposto un contenuto che rispecchia i nostri dati. E questo va bene fino ad un certo punto. Ci sono problemi di privacy e di rischio manipolazione. La Commissione Europea, per far fronte a ciò, fa regolamentazione, la propone, per l’approvazione del Parlamento e del Consiglio a Bruxelles. Ecco, alla base di queste iniziative c’è il nostro studio: ricerca per comprendere rischi e benefici e guidare la regolamentazione politica al fine di minimizzare i primi e sviluppare i secondi. Il mio direttorato è nuovissimo, creato per occuparsi specificamente di studiare la trasformazione digitale».
Il Centro comune di ricerca è una delle tante direzioni; grande, con varie sedi in Europa: Ispra sul lago Maggiore, dove opera Campolongo, poi in Spagna Germania e Olanda «dove ci sono persone sotto la mia responsabilità».
Una carriera che nasce dalla passione per una materia specifica. «Sono figlia della professoressa di matematica Grazia Pelleschi, e fin da piccola ho avuto la sua stessa passione, laureandomi a Pisa. Ho fatto 4 anni di dottorato di ricerca in Australia, dove studiavo problemi di natura ambientale. Poi ho scoperto il centro di ricerca del’Ue, e sono rientrata in italia». E Livorno? «Ci torno poco, una volta l’anno più o meno. Ma rimane la mia città del cuore, dove ho mamma e sorella. Inoltre ho ancora contatti con amici di vecchia data; poi c’è il mare».
Il mare appunto, la cosa che le manca maggiormente. «Ricordo con nostalgia le belle serate in Baracchina Bianca o Rossa di turno, le feste ai Pancaldi, le corse dei cavalli, le mie memorie dolci».
Le sfumature della Livorno di oggi, viste da fuori. «Ha caratteristiche particolari, diverse da tutte le altre. Una città di sole e di mare, dove le persone se ti vedono pallida pensano tu non stia bene. Un paio di giorni fa, a Forte dei Marmi, mi sento chiamare: era il mio primo fidanzato di Livorno. Ci siamo rivisti dopo tanto, e mi ha raccontato di tutti gli amici. Legami forti tra gente unica. Una città bella perché anche dopo tanti ci si sente sempre di casa».
Nonostante abbia lasciato Livorno a 23 anni, Campolongo rammenta esattamente la sua prima fase di vita.
«Un aneddoto? Ricordo il Liceo Scientifico chiuso per neve. Tre giorni di “festa”. Poi i compagni entrarono a scuola e fecero di nuovo la neve con gli estintori, per avere altri tre giorni di chiusura. Successe un caos, ma ci divertimmo molto». E la passione che non ti aspetti. «La pallacanestro. Ero una piellina che viveva con l’incubo che la Libertas vincesse il derby con più di 36 punti di vantaggio. Purtroppo ero presente alla partita dove perdemmo di 39, e il giorno successivo davanti a casa trovai la scritta “meno trentanove”. A Varese ho amici importanti, proprio nel basket. Vorrebbero coinvolgermi, ma non riesco a seguirla perché per me la “Divarese” è ancora il nemico».
Parole d’amore anche per la sorella, la musicista Claudia. «Siamo legatissime e diversissime. Lei è la vena artistica: pianista si è formata al conservatorio come papà. Io organizzatissima programmatrice, Claudia vive alla giornata. Io negli schemi, lei fuori. Ma nel momento del bisogno entrambe ci siamo sempre una per l’altra».
Livorno ha poteri speciali. «I livornesi hanno successo, anche all’estero, perché sono creativi, si ingegnano, hanno una marcia in più nel trovare la soluzione o creare l’idea. Penso allo scherzo che fu fatto per le teste di Modigliani. Occorre essere geni per architettare una cosa del genere. Inoltre c’è la capacità relazionale, che viene dalla simpatia. La simpatia aiuta tanto sul lavoro. La bellezza agevola, questo è innegabile, ma la simpatia ti permettete di costruire relazioni. Il saperci fare con le persone aiuta, a me ha aiutato e devo anche questo a Livorno».
Per finire un consiglio per i giovani che vedono in lei un modello da seguire.
«Essere tenaci, non arrendersi al primo fallimento: io sono andata in Australia con una borsa di studio del governo australiano, perché quella dell’università di Pisa l’ho persa arrivando terza quando le borse a disposizione erano due. Avrei potuto mollare, non l’ho fatto. Il mondo è grande: fare esperienze fuori, anche temporanee può aiutare; certe volte si parte per strade con passione senza sapere esattamente dove ci porteranno». l
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