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Il processo

Alluvione, la pm attacca il Comune di Livorno: «È parte e responsabile civile allo stesso tempo»

Stefano Taglione
La pm Antonella Tenerani durante la requisitoria (foto Daniele Stefanini/Agenzia Franco Silvi)
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La pm Antonella Tenerani durante la requisitoria (foto Daniele Stefanini/Agenzia Franco Silvi)

La pubblico ministero Antonella Tenerani, al termine della requisitoria in cui ha chiesto quattro anni di reclusione per Filippo Nogarin, contro palazzo civico

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LIVORNO. La procura ha chiesto la condanna a quattro anni di reclusione per l’ex sindaco Filippo Nogarin. Le pubblico ministero Antonella Tenerani e Sabrina Carmazzi, nelle quasi otto ore di requisitoria, hanno spiegato che l’alluvione della notte fra il 9 e il 10 settembre del 2017, che in città provocò otto morti e tanta devastazione, «era prevedibile e la corretta gestione dell’organizzazione avrebbe consentito un’adeguata comprensione dei bollettini meteo, da lì sarebbero scaturiti il corretto monitoraggio e quindi la comprensione dell’aggravamento della situazione, consentendo una catena di decisioni, fino a dare l’allerta specifica per far salire le persone ai piani alti delle abitazioni». Inoltre, secondo l’accusa, per provare a salvare quante più vittime possibili «c’erano le informazioni, i tempi e le possibilità: anche all’ultimo momento, dato che quantomeno per il rio Maggiore le pattuglie erano disponibili. Pure la famiglia Ramacciotti avrebbe potuto trovare riparo più in alto, non chissà dove, ma dai genitori».

L’attacco al Comune

Ieri, dopo che nell’udienza di martedì scorso le titolari dell’inchiesta avevano parlato per sei ore, si è tenuta quella che dovrebbe essere la terzultima udienza del processo all’esponente del Movimento 5 stelle, ora dirigente in Ferrovie dello Stato, imputato per omicidio colposo plurimo per la morte di Gianfranco Tampucci, Roberto Vestuti, Martina Bechini, Raimondo Frattali, Glenda Garzelli, Simone, Filippo e Roberto Ramacciotti, le vittime del disastro di quasi sei anni fa. Solo per il piccolo Filippo la richiesta è di un anno e quattro mesi di reclusione, quattro in tutto considerando le altre sette. La pm Tenerani, dopo la richiesta, ha poi attaccato l’amministrazione comunale: «Mi spoglio dalle vesti dell’accusa, parlo da cittadina – dice – Il Tirreno ha scritto che il Comune si è costituito parte civile, è vero, ed è anche vero che allo stesso tempo si è difeso come responsabile civile», ha fatto notare, rimarcando la doppia veste di palazzo civico nel procedimento penale, assistito dalla legale Lucia Macchia come parte civile e dalla collega Margaret Manning come responsabile civile, ruolo in cui è stato chiamato dagli avvocati dei familiari delle persone che hanno perso la vita, i quali ieri hanno parlato subito dopo le pm, mentre il 20 luglio toccherà alla difesa, con Sabrina Franzone.

La riorganizzazione

Le rappresentanti dell’accusa si sono poi concentrate sulla riorganizzazione della protezione civile locale, con la nomina del comandante della polizia municipale Riccardo Pucciarelli (imputato e assolto in rito abbreviato ndr) anche a dirigente del settore, l’8 agosto del 2017, al posto di Leonardo Gonnelli. «Noi – le parole di Tenerani – non contestiamo la riorganizzazione in sé, ma il quando e il come. L’autorità di protezione civile (Nogarin ndr) ha dimostrato inconsapevolezza, nominando come responsabile un dottore in scienze politiche al posto di un geologo».

«Nessuno fu avvertito»

Ma al centro della requisitoria è rimasta, ovviamente, la maledetta notte dell’alluvione. «Mentre Soriani (il tecnico reperibile ndr) continua a girare a vuoto per la città, il sindaco e il dirigente stanno dormendo. Si sveglieranno la mattina presto: il primo prigioniero in casa per il maltempo e il secondo nelle campagne di Collesalvetti cercando di raggiungere Livorno, dove si tirano fuori le vittime dal fango. In città la struttura di protezione civile non si è proprio attivata, si è attivato solo un operatore di buona volontà. Chi era tenuto all’organizzazione della vigilanza è rimasto passivo e totalmente ignorante di ciò che era accaduto». E sintetizzando ha poi rimarcato il punto che è il caposaldo dell’accusa: «Nogarin ha omesso di dare un tempestivo avviso di allerta alla popolazione». «Non è plausibile credere che le persone, una volta avvertite, sarebbero andate incontro alla morte – ha proseguito la pm – perché sarebbero state quantomeno preparate. Razionalmente è improbabile che nonostante un avviso di esondazione in atto o di prossima esondazione qualcuno avrebbe deciso di rimanere dov’era, nei seminterrati ad esempio. Se avessero ricevuto l’allerta», nei confronti di Nogarin, «non si sarebbe potuto imputare niente, ma nessuno ha detto a queste persone cosa dovevano fare. Di allerta, il 9 e il 10 settembre del 2017, purtroppo non si è mai parlato», ha concluso Tenerani a pochi metri dai familiari delle vittime, tre, presenti in aula ieri. Due di loro, come sempre, erano Carlo Garzelli e la moglie Simonetta Grimaldi Bernuzzi: i genitori di Glenda che mai hanno mancato un’udienza in memoria della figlia scomparsa quella maledetta notte di fine estate. l

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di Redazione web