Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Livorno, l’addio alla cattedra di prof Cannito: «Ai ragazzi dico di vivere a pieno»

di Federico Lazzotti
Livorno, l’addio alla cattedra di prof Cannito: «Ai ragazzi dico di vivere a pieno»

Dopo 40 anni di insegnamento lascia tra lettere, ricordi e ringraziamenti. «La malattia di mia moglie il periodo più duro, non dimentico gli aiuti»

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LIVORNO. A scuola Marco Cannito ci è quasi morto: risorto dalle macerie dopo una volo di cinque metri per via del cedimento del pavimento dove stava facendo lezione. «Dell’incidente – dice – ricordo solo il dopo, non la caduta». Poi – sempre dietro alla cattedra di diritto ed economia – ha affrontato il periodo più duro della sua vita: la malattia della moglie. Ma anche l’impegno politico: tre volte in consiglio comunale da civico prima che il civismo venisse teorizzato: «Questo aspetto di me è l’unico che ho tenuto fuori dall’aula», ripete orgoglioso. In mezzo, come scrive nella lettera di addio all’istruzione dopo 40 anni di servizio, c’è stato un mondo fatto di sfide. Perché l’insegnamento «è un’esperienza unica nel suo genere. Avere dei giovani, qui, ora che tentiamo/tenterete di formare, pur con fatica, mentre anche noi, pur con arrabbiature, cresciamo. Non troviamo questa occasione in alcun altro luogo e questo è un privilegio, oltre che un lavoro».

Professore è già al mare a godersi la pensione?

«Macché, sto sistemando alcune cose arretrate, però da questa settimana un po’ di mare vorrei farlo»

E poi? Cosa farà da grande?

«(Ride). Intanto ho molte passioni: archeologia, fantascienza, camminare, leggere. Di cose e interessi ne ho molti. Devo andare anche a trovare parenti che non vedo da tanto. Poi vorrei seguire di più mia moglie, il peggio è passato, ma voglio starle vicino».

È vero che oltre alla lettera pubblicata dal Vespucci, dove ha insegnato negli ultimi anni, ha scritto anche una lettera ai suoi alunni per salutarli?

«Sì, l’altra è diciamo istituzionale. Quella agli studenti più diretta».

E cosa ha scritto ai ragazzi?

«Ho raccontato la mia storia. E ho consigliato di vivere la loro vita a pieno. La conclusione era che se hanno bisogno ci sarò, di non avere paura delle fragilità e di perdonare i difetti. Gli ho anche spiegato il mio dispiacere nell’andare via, ma anche la speranza che loro si affermino nella vita difendendosi attraverso l’istruzione».

Ci racconta come ha visto cambiare i ragazzi in 40 anni di insegnamento?

«Prima c’era una maggiore attenzione da parte delle famiglie, erano seguiti di più. Ovviamente parliamo in generale. E poi c’era un impegno nel sociale e nel volontariato più totalizzante. Adesso per trovare un interesse, per accenderlo va sollecitato, questo perché i ragazzi hanno pochi punti di riferimento».

E come si fa?

«La cosa importante è parlarci, anche brontolarli va bene. Serve un rapporto, a loro fa piacere. Quando li ho salutati me lo hanno detto: “Prof sei stato una figura di riferimento, perché potevamo parlare senza essere giudicati o guardati dall’alto verso il basso, ma considerati per quello che siamo».

Quindi c’è speranza?

«Secondo me assolutamente sì, a patto che sia una ripresa del dialogo tra insegnanti e studenti. Non lo dico io, ma dal nulla non illudiamoci che si costruisca qualcosa di diverso dal nulla. Perché ai ragazzi bisogna volergli bene, ma dirgli, anche che certe cose vanno conquistate. Ci deve essere chi insegna e chi impara ma in un dialogo continuo. Insomma ci deve essere la testimonianza didattica, volergli bene, saper dire di no. Se c’è questo: sì, allora c’è la speranza».

Torniamo alla caduta mentre stava facendo lezione: un volo che stava per costarle l’osso del collo?

«Sì, diciamo che ho giocato il jolly. Per un fatto di autodifesa mi ricordo molto poco, ricordo di essere a terra, di volermi rialzare mentre tutti mi dicevano: “Stai fermo, stai fermo”. Dopo la caduta ho l’immagine di me sul pavimento in uno pozza di sangue, prima invece solo un vuoto. Comunque è vero: quel giorno l’ho scampata bella, potevo restarci secco. In fin dei conti è andata bene: mi sono rotto undici costole, due in modo scomposto, oltre al taglio alla testa. Credo che mi abbia aiutato il fatto di essere agile, di aver fatto sport e di non pesare poco più di settanta chili. Tutto questo e un po’ di fortuna mi hanno salvato».

C’è un passaggio nella sua lettera in cui racconta anche il dramma vissuto negli ultimi quattro anni, ce la vuole raccontare?

«La malattia di mia moglie Marisa. Devo ringraziare molti amici che ci sono stati vicino, in certi momenti avere persone che di ti aiutano è importante. E questo sia da un punto vista sanitario, sia del sostegno anche temporale. Proprio grazie agli amici sono riuscito a non mancare mai a scuola. Per questo non smetterò mai di ringraziarli».

Lei fuori dalla scuola ha avuto anche un’altra vita, quella politica. Le manca?

«Ho avuto così tante cose da fare, nella scuola e in famiglia, che non ho avuto il tempo di sentire la mancanza, il vuoto. Anche se devo dire che la politica l’ho sempre fatto con impegno e cuore. Questo perché voglio bene alla città».

A Livorno è stato il primo civico prima che arrivasse il civismo: A ripensarci è stato un precursore, un pioniere...

«C’era qualche esperienza precedente, anche con esiti buoni. Diciamo che con Città Diversa siamo andati oltre: tre volte in consiglio comunale. Però ci tengo a ripetere che non ho mai mescolato l’attività politica con la scuola»

Ci toglie una curiosità: Beppe Grillo all’inizio scelse lei come referente su Livorno. Poi però c’è stata una rottura, come mai?

«Fu Grillo a cercarci, stava cercando di strutturarsi sui territori e a Livorno come civici c’eravamo noi. Eravamo quelli che, al di là dei contenuti, si avvicinavano di più al Movimento. Dei giovani di allora sono rimasti in pochi dentro al Movimento. Anche perché il Meetup di allora era molto diverso dal movimento».

Segue ancora la politica?

«Si, come cittadinanza non abbiamo mai smesso. Ci sono momenti personali e collettivi che temporalmente ti prendono di più o di meno. Per tutte le ragioni che ho detto l’ho seguita da un po’ più distante».

Tra un anno si vota, che cosa farà?

«Presentarsi o meno non è mai un fatto individuale, ma collettivo. Ecco perché il quesito non va posto a me, ma verificato con Città Diversa».

E se glielo chiedessero?

«Bisognerebbe parlarne molto. Tra noi e con altri di idee e programmi e di persone in campo. Uno conta per uno».

Salvetti come sindaco le piace?

«Salvetti lo devono giudicare i cittadini, non ho la presunzione di giudicare. Lui pare voglia raddoppiare: decideranno i cittadini. Il problema vero non è piacere a me o a un altro. Oggi si va a votare con percentuali più basse ed è un problema vero di partecipazione e rappresentanza».

E la città?

«Da un punto di vista dell’immagine mi sembra si stia tentando di rilanciarla. E questo è uno sforzo apprezzabile. Dall’altra se vado a vedere le cose terra terra vedo una città più sporca, quartieri più abbandonati nel quotidiano, non nelle feste. Per fare una valutazione complessiva però dovrei tornare a girarla, tra Covid e altri problemi l’ho girata meno di prima».

Ma l’appellativo di rompiscatole della politica le piaceva?

«Un po’ mi piaceva, quando dicevano così speravo sempre che fosse un Cannito in ogni città, al di là di chi governa».

Politicamente su cosa ci ha preso e su cosa no?

«Sono sempre stato critico, ma noi come Città Diversa abbiamo sempre cercato di costruire e collaborare con le istituzioni. Detto questo, la battaglia che rifarei è senza dubbio quella per la vivibilità dei quartieri, che siano tranquilli, vivi, illuminati e puliti. E l’altra battaglia è il lavoro: se non si dà lavoro a chi ha voglia di lavorare siamo una comunità finita. Sono questi i due punti sui quali lavorare per dare un futuro a una comunità».

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